Vitamina D, il ginocchio ringrazia


Migliorano i sintomi e anche la struttura cartilaginea nell'artrosi.


Adeguate quantità di vitamina D nell'organismo nelle persone con artrosi del ginocchio sono indispensabili per il miglioramento dei sintomi. Non solo: la vitamina D sarebbe in grado anche di modificare favorevolmente la struttura articolare del ginocchio artrosico, limitando così le alterazioni e prevenendo ulteriori aggravamenti. Il risultato di queste importanti considerazioni deriva da uno studio condotto su pazienti affetti da artrosi del ginocchio e con livelli bassi di vitamina D.


Lo stato delle articolazioni del ginocchio è stato accuratamente studiato mediante risonanza magnetica, che misurava quindi esattamente lo spessore della cartilagine, le sue zone di erosione, i possibili danneggiamenti dell'osso e lo stato della capsula periarticolare. I soggetti sottoposti a trattamento vitaminico (destinato a compensare il deficit e ristabilirne il corretto contenuto), ottenevano un evidente vantaggio in termini strutturali: la cartilagine e le altre componenti articolari mostravano una minore degenerazione e in alcuni casi il ripristino di alcune lesioni reversibili. Si tratta di una osservazione molto importante. La conclusione da trarne non è quella secondo cui la vitamina D cura l'artrosi, che è un processo degenerativo dalle molte cause e dalle variabili possibilità di trattamento, ma un altro: lo studio ribadisce infatti l'importanza fondamentale di adeguati livelli di vitamina D. Questi livelli sono diffusamente bassi nella popolazione, dal momento che l'assunzione alimentare è abitualmente povera di questa preziosa vitamina. L'assunzione di supplementi completi contenenti vitamina D, in particolare negli over 50, è pertanto cruciale anche per il mantenimento di una sana struttura articolare, oltre ai già noti benefici sulla struttura ossea, sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari e di quelle immunitarie.

Fonte: Zheng S et al: Maintaining vitamin D sufficiency is associated with improved structural and symptomatic outcomes in knee osteoarthritis. American Journal of Medicine maggio 2017.

Deficit di vitamina D: una vera pandemia


Un problema globale che riguarda milioni di persone di qualsiasi età e in qualunque parte del globo, anche nelle aree più ricche.


“Un problema globale di salute che riguarda oltre un miliardo di bambini e di adulti in tutto il mondo”: è con questi termini drammatici che un gruppo di ricercatori si appella al mondo scientifico internazionale per sensibilizzare l’attenzione su questa pandemia. Troppo elevato è il numero di persone (sarebbero alcuni milioni in Italia) i cui livelli di vitamina D sono bassi e tali da comportare rischi di salute.

“Non possiamo sottovalutare le conseguenze del difetto di vitamina D”, fanno presente i ricercatori. Essi ricordano infatti che l'ipovitaminosi D è direttamente associata a una moltitudine di malattie acute e croniche: preeclampsia, carie dentali, periodontite, malattie autoimmuni, malattie infettive, tumori, diabete, vari disturbi neurologici. Si dimentica quindi che le ipovitaminosi, un problema che si ritiene appartenuto a un passato di denutrizione, sono ancora presenti, e fra queste soprattutto quella da carenza di vitamina D. La ragione di questa pandemia non è legata alla sottoalimentazione: viviamo anzi in un contesto di sovralimentazione, ma di minore qualità e varietà di ingredienti. La vitamina D è carente perché la fonte alimentare ne è povera anche nelle diete più appropriate, e inoltre perché viviamo prevalentemente in ambienti chiusi, soprattutto in autunno e inverno, impedendo il processo metabolico di conversione in vitamina D attiva operato dalla luce solare. Il deficit di vitamina D è l'esempio paradigmatico di necessità di integratori alimentari multivitaminici multiminerali, i quali con facilità ripristinano il giusto dosaggio nell'organismo, contribuendo a un'efficace protezione della salute.

Fonte: Holick M et al: The vitamin D deficiency pandemic: Approaches for diagnosis, treatment and prevention. Reviews in Endocrine & Metabolic Disorders (May 2017).

La buona alimentazione contro l’ipertensione



Oggi 17 maggio, è la giornata mondiale di sensibilizzazione per la lotta all'ipertensione arteriosa, promossa in tutto il mondo dalla World Hypertension League. Si tra tratta di un'ottima occasione per imparare a conoscere e controllare la nostra pressione arteriosa, parametro fondamentale per il benessere dei nostri vasi e del nostro cuore. In effetti, l'ipertensione arteriosa, attraverso le sue complicanze, rappresenta la prima causa di morte al mondo. Le linee guida della Società italiana dell'ipertensione arteriosa (Siia) ci ricordano che la misurazione regolare della pressione è l'unico metodo efficace per diagnosticare la malattia e, nel caso si utilizzino farmaci specifici, per verificare l'efficacia della terapia. Oltre al monitoraggio periodico della pressione, è importante seguire uno stile di vita teso a prevenire la sua insorgenza.

Da questo punto di vista, giocano un ruolo chiave alcune sane abitudini come evitare di fumare, fare una regolare attività fisica e adottare una dieta adeguata. L'alimentazione, in effetti, è strettamente correlata alla salute dei nostri vasi. Anche in questo ambito, tornano molto utili le linee guida della Siia che ci raccomandano di utilizzare poco sale nel cibo (non più di un cucchiaino dal tè al giorno, ovvero non più di 5 grammi) e di preferire cibi freschi evitando quelli conservati e, più in generale, i cosiddetti “cibi spazzatura”. Un importante obiettivo da seguire per garantire lunga vita ai nostri vasi deve essere quello di ridurre il grasso addominale, parametro che è strettamente correlato alle malattie cardiovascolari. La giornata mondiale di sensibilizzazione per la lotta all'ipertensione arteriosa diventa quindi l'ennesima buona occasione per ricordare i vantaggi della nostra dieta mediterranea e il rispetto dei parametri indicati dalla Piramide Alimentare. In particolare, per combattere l'ipertensione non dobbiamo dimenticarci di inserire nella nostra alimentazione il pesce, almeno una o due volte alla settimana. Può sembrare un paradosso, ma per prevenire le problematiche a carico dell'apparato cardiocircolatorio sono da preferire i pesci grassi, come il merluzzo, più ricchi di un componente fondamentale per il buon funzionamento delle nostre cellule: gli omega 3. Non sempre è semplice consumare le porzioni settimanali raccomandate di pesce, e quindi di omega 3. Nel caso in cui non sia possibile assumere questo nutriente con la dieta, un integratore alimentare di omega 3 può costituire un valido supporto. Una ricerca condotta presso il Center for Epidemiology, Biostatistics and Computational Biology, in Colorado e pubblicata sull'American Journal of Hypertension, ci dice gli omega 3 contenuti nel pesce o negli integratori alimentari sono talmente efficaci nell'abbassare la pressione sanguigna che il consumo giornaliero di EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) potrebbe aiutare a limitare l'uso dei farmaci per il controllo della pressione. La terapia contro l'ipertensione rimane chiaramente di pertinenza esclusiva del medico, ma questo dato ci dà la misura di quanto efficaci siano gli omega 3 per tenere sotto controllo la nostra pressione. Se consideriamo che l'elevata pressione sanguigna colpisce in Italia in circa il 33% degli uomini e il 31% delle donne, comprendiamo bene quanto siano importanti le abitudini alimentari non solo per il singolo individuo, ma per l'intera popolazione. L'ipertensione, ricordiamolo, può causare coronaropatie e insufficienza cardiaca. Smettere di fumare, fare un'attività fisica regolare e seguire con regolarità la nostra dieta mediterranea rappresentano semplici regole che non dovrebbero mai essere dimenticate, piuttosto che buoni propositi da ricordare solo in occasione di giornate dedicate, come quella di oggi.



Fonte: Paige E. Miller,Mary Van Elswyk, and Dominik D. Alexander. “Long-Chain Omega-3 Fatty Acids Eicosapentaenoic Acid and Docosahexaenoic Acid and Blood Pressure: A Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials” Am J Hypertens (2014) doi: 10.1093/ajh/hpu024First published online: March 6, 2014

La vitamina D, anche in estate



Per prevenire la carenza di vitamina D le strategie da seguire, lo sappiamo, sono tre: esporsi ai raggi solari, assumere alimenti che contengono vitamina D e integrare questo importante elemento con un supplemento. Come spesso accade, però, di fronte a tre vie differenti si rischia di perdere l'orientamento ed occorre fare chiarezza su un aspetto molto importante: le tre strategie da seguire per evitare il deficit da vitamina D non si escludono a vicenda ma, anzi, si integrano perfettamente. Questa considerazione ci porta ad affermare un concetto fondamentale: anche in estate, quando la nostra pelle sta al sole, occorre assumere vitamina D attraverso l'alimentazione e l'integrazione.
Perchè?

Il motivo principale è che, anche durante l'estate, si rischia di non avere sufficienti livelli di vitamina D. Infatti, la produzione cutanea di vitamina D è influenzata da alcuni fattori come la pigmentazione della pelle, l'ora del giorno alla quale ci si espone, l'inquinamento atmosferico e l'eventuale uso di creme solari. Andiamo con ordine. Più la pelle è pigmentata, ovvero scura, più essa è protetta rispetto ai danni dei raggi solari ma, al tempo stesso, si riduce la produzione di vitamina D. Quanto invece all'orario nel quale ci si espone al sole, occorre tenere presente che alla mattina presto e nel tardo pomeriggio i raggi del sole incontrano un percorso più lungo per giungere al suolo. Durante questo percorso, in parte vengono assorbiti dallo strato di ozono. In generale, l'esposizione al sole in queste ore è meno efficace per la produzione di vitamina D. Poi ci si mettono altri fattori, come l'inquinamento, ad assorbire i raggi del sole e la corretta protezione che ci mettiamo sulla pelle quando ci esponiamo nelle ore centrali della giornata fa il resto per rendere il lavoro del sole molto difficile in termini di aiuto alla produzione della nostra vitamina D. Ricordiamo che questa vitamina è fondamentale non solo per la salute delle ossa, ma recenti evidenze dimostrano un suo importantissimo ruolo anche nel ridurre il rischio di malattie croniche importanti come le malattie cardiovascolari, alcuni tumori, il declino cognitivo e la depressione. Carenze di vitamina D possono implicare anche complicazioni durante la gravidanza, indurre malattie autoimmuni o aggravare allergie. Non solo sole, dunque, ma anche un'alimentazione corretta e un'adeguata supplementazione di vitamina D. Anche in estate. Chiedi al tuo farmacista di consigliarti l'integratore più adatto alle tue esigenze, con il giusto dosaggio di vitamina D.

Se i nostri alimenti si impoveriscono di vitamine



Un recente articolo scientifico, pubblicato sulla rivista Science Advances, mette in luce una correlazione che desta preoccupazione, ovvero quella tra aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera e la perdita del valore nutritivo del cibo. Nello specifico, lo studio è stato condotto facendo crescere 18 varietà di riso a concentrazioni differenti di CO2, simulando quello che accade quando questo gas, che cresce in relazione all’inquinamento dell’aria, aumenta nella nostra atmosfera. La ricerca ha osservato che il riso coltivato a concentrazioni più alte di anidride carbonica è caratterizzato da un contenuto inferiore in proteine, ferro, sali minerali e vitamine del gruppo B, in particolare B1, B2, B5 e B9. Tale carenza si è manifestata in modo differente a seconda della tipologia di pianta coltivata, ma ha interessato tutte le specie monitorate.

Questa ricerca fa molto pensare. Il riso è l’alimento principale per molte popolazioni, specie quelle dei paesi più poveri del mondo, dove già oggi sussistono gravi carenze alimentari. Nelle nostre abitudini alimentari, il riso non riveste un ruolo fondamentale, anche se, secondo i principi della piramide alimentare, dove i cerali ricoprono un ruolo molto importante, può rappresentare una validissima alternativa alla pasta. Tuttavia, se estendiamo il discorso dal riso agli altri alimenti le preoccupazioni crescono. Non è mai corretto prendere i risultati di uno studio scientifico e traslarli ad altre situazioni non direttamente monitorate. In questo caso, però, alcune domande sorgono spontanee. Innanzitutto, se la qualità dell’aria incide sul valore nutritivo di un alimento come il riso, forse incide anche sugli altri alimenti coltivati? I prodotti della terra di qualche decennio fa erano migliori rispetti a quelli di oggi? Le carenze vitaminiche che riguardano molti di noi sono il frutto, oltre che una non corretta alimentazione individuale, anche di un valore nutritivo sempre più in declino dei nostri alimenti? Altri studi risponderanno a queste domande e, in questo senso, la ricerca appena pubblicata sul riso ha il grande valore scientifico di lanciare un importante campanello di allarme al mondo della ricerca. Nel frattempo, anche in virtù di queste prime evidenze, le nostre scelte alimentari devono essere sempre più consapevoli, potenziando il consumo di cereali, di frutta e di verdura. Nel dubbio che nutrano meno di una volta, assumiamone di più, riducendo gli alimenti che stanno al vertice della piramide alimentare, come le carni, il burro e i dolci. Non dimentichiamoci, poi, che integratori alimentari completi e bilanciati, possono costituire un aiuto per assumere tutte le vitamine e i sali minerali di cui abbiamo bisogno. Alla faccia dell’anidride carbonica che, si spera, questo mondo sarà in grado, nel prossimo futuro, di tenere sotto controllo.

Zhu C. et al. Carbon dioxide (CO2) levels this century will alter the protein, micronutrients, and vitamin content of rice grains with potential health consequences for the poorest rice-dependent countries. Sci Adv. 2018 May 23;4(5):eaaq1012. DOI: 10.1126/sciadv.aaq1012

Dieta, microbiota e salute



Come ama ricordare Stitaya Sirisinha, ricercatore ed esperto in immunologia per l’Organizzazione Mondiale della Sanità fin dal 1983, “La nostra salute, e probabilmente anche i nostri comportamenti e il nostro umore, dipendono non solo da quello che mangiamo e dai nostri stili di vita, ma anche da cosa ospitiamo”. All’interno del nostro organismo, in effetti, ospitiamo una infinità di batteri che, nel loro insieme, costituiscono la nostra flora batterica o, per dirla meglio, il nostro microbiota. La ricerca scientifica sta indagando con sempre maggiore insistenza sul ruolo che questa comunità batterica, differente in ciascuno di noi, svolge rispetto alla nostra salute. Le ultime evidenze dimostrano che il microbiota potrebbe avere un ruolo di fondamentale importanza per le più importanti malattie, compreso il cancro.

Ma l’evidenza più interessante è che il microbiota, nella sua composizione e, quindi, nelle sue influenze benefiche, è profondamente modificabile attraverso la dieta. In questo senso, una recentissima pubblicazione italiana di livello internazionale, indica nella Dieta Mediterranea un ottimo modello alimentare per le sue influenze positive sulla composizione della flora batterica. Ma come agisce il microbiota sulla nostra salute generale? Il fattore chiave sembra risiedere nelle risposte infiammatorie immuno-mediate. In sostanza, dobbiamo pensare ad una condizione di infiammazione cronica latente alla quale è sottoposto il nostro intestino. Ne siamo tutti vittime, chi più, chi meno. Ad influenzare il livello di questa infiammazione, spesso silente, ma subdola, è l’alimentazione. In particolare, sono considerati fattori positivi per ridurre l’infiammazione intestinale bassi livelli di colesterolo e alti livelli di antiossidanti contenuti in frutta e verdura e negli acidi grassi mono insaturi presenti nei pesci, noci e olio d'oliva. Tra i componenti della Dieta Mediterranea, l'olio d'oliva è stato oggetto di diversi studi epidemiologici che suggeriscono il suo ruolo protettivo nel cancro. Sono state, per esempio, osservate associazioni tra aumento del consumo di olio d'oliva e diminuzione del rischio di sviluppo del cancro al seno e cancro del colon-retto. I principali effetti protettivi del consumo di olio d'oliva sono attribuibili alla presenza di acidi grassi monoinsaturi e di composti fenolici, tra cui fenoli semplici, flavonoidi e lignani. Ma giocano un ruolo importante anche carboidrati e le fibre provenienti dal mondo vegetale, oltre agli omega 3 presenti nel pesce, in particolare modo in quello grasso, come il merluzzo. La nostra Dieta Mediterranea, in definitiva, è una grande arma di prevenzione che abbiamo nel nostro bagaglio culturale. Seguendo le regole della piramide alimentare, possiamo mettere in atto, ogni giorno, un gesto di sostegno al nostro microbiota e, di conseguenza, alla nostra salute. I ricercatori ricordano che alcuni nutrienti esercitano benefici fisiologici di grande rilevanza. Tra questi, vengono citati gli acidi grassi omega 3, i bioattivi liposolubili con proprietà nutraceutiche (tocoferoli e fitosteroli) diverse vitamine (B1, B2, B6, niacina, tiamina e α-tocoferolo, la forma più attiva di vitamina E), minerali essenziali (selenio, potassio, magnesio, fosforo, manganese, ferro, zinco e rame e un basso livello di sodio), aminoacidi essenziali, antiossidanti fenolici (acido caffeico), fibra alimentare (solubile), flavonoidi (come catechina, epicatechina, quercetina, procianidine, acidi fenolici (come acidi gallici e protocatechuici). La dieta e, nel caso in cui si riscontrassero carenze l’integrazione alimentare, risultano quindi sempre più importanti per la nostra salute e, con sempre maggiore precisione, se ne comprendono i meccanismi benefici. Verifica se la tua alimentazione è corretta con il test della piramide.

The influence of diet on anti-cancer immune responsiveness Laura Soldati et al. Journal of Translational Medicine 2018 - 16: 75

I colori dell’estate



Il blu del mare, certo. Ma anche l'azzurro del cielo o il verde brillante dei prati di montagna sono alcuni tra i colori che ci vengono alla mente quando pensiamo alla bella stagione. Qualunque sia la località di villeggiatura dei nostri sogni, vi ci troveremo altri colori, ai quali spesso non si presta la dovuta attenzione: quelli della frutta e delle verdure di stagione. La natura non ha attribuito casualmente le caratteristiche cromatiche ai cibi della terra. Al rosso, per esempio, corrispondono alti livelli di vitamina A, della quale sono ricchi anche frutta e verdure di colore giallo/arancio. Ecco allora che in estate, cibi come il melone o le albicocche sono particolarmente indicati per l'abbronzatura. Il loro alto contenuto di vitamina A, infatti, stimola la produzione di melanina, favorendo una tintarella più naturale e duratura.

Sempre in quest'ottica, centrifughe a base di carote sono indicate per chi passa molte ore al sole, visto che questo ortaggio arancione contiene fino a 1200 microgrammi di vitamina A (o quantità equivalenti di caroteni) ogni 100 grammi di polpa. Altro frutto tipicamente estivo è l'anguria, anch'essa fonte di vitamina A. Ma non solo: il cocomero è ricco anche di vitamina C, B1, B6 e di minerali come il potassio e il magnesio, molto utili per reintegrare i sali persi attraverso la sudorazione e contrastare la stanchezza dovuta al caldo. Inoltre, nonostante la convinzione comune che l'anguria apporti molte calorie, occorre sottolineare che questo alimento ha pochi zuccheri (solo il 5%) e ha un basso contenuto calorico, 20-30 calorie per 100 grammi di prodotto. Il restante 95% è costituito da acqua, il che rende l'anguria un alimento di fondamentale importanza in questa stagione, contrastando la disidratazione, aumentando la diuresi e riducendo il rischio di quei fastidiosi gonfiori alle gambe dei quali molte persone soffrono in estate. Inoltre, sempre grazie all'acqua, ai minerali che contiene e alla citrullina, il cocomero è molto utile per chi pratica sport. Altre sostanze tipiche dei cibi rossi sono le antocianine e il licopene entrambe dotate di importanti proprietà antiossidanti. Contro i radicali liberi non c'è nulla di meglio che fare il pieno di vitamina C, importantissima vitamina idrosolubile che contrastano la cascata ossidativa e protegge le cellule dell'organismo. La vitamina C è contenuta in alte quantità nelle verdure verdi, ricche anche di luteina, acido folico, magnesio e, chiaramente, di clorofilla, responsabile della colorazione verde. Possiamo dire che la C è la vitamina più presente in frutta e ortaggi indipendentemente dal loro colore. La si trova anche in quelli bianchi come l'aglio la cipolla (ricchi in particolare di composti solforati) o nei funghi prataioli, fonte importante di selenio. Il colore viola di mirtilli, fichi, more, prugne e uva nera ci ricorda invece la presenza, (accanto anche in questo caso alla vitamina C, al potassio e al magnesio) di grandi quantità di antocianine e carotenoidi antiossidanti. Le antocianine, in particolare, possono essere descritte come un gruppo di pigmenti rossi e blu che sono da un lato responsabili del colore caratteristico che conferiscono alle piante e ai loro frutti, dall'altro lato in grado di garantire una fortissima azione antiossidante che, nel nostro organismo, si tramuta in un'azione antiaging e preventiva nei confronti di molte malattie degenerative. Quale che sia la tonalità del loro colore, abbiamo visto che le antocianine, abbinate alle vitamine e ai sali minerali in essi contenuti, conferiscono alla frutta dell'estate non solo i loro caratteristici colori, ma importanti benefici per il nostro organismo. La dieta mediterranea nel suo insieme è la dieta più salutare che possiamo seguire e, non a caso, comprende questi alimenti nelle giuste proporzioni. Le cellule del nostro organismo richiedono vitamine e sali minerali per funzionare al meglio e per superare le condizioni di stress. L'estate è la stagione della frutta, ma le vacanze sono spesso un momento che mette a dura prova le nostre energie. Ecco allora che il ricorso ad integratori alimentari che contengano, in maniera bilanciata e completa, le vitamine e minerali più importanti può essere utile anche durante la bella stagione.

Guaranà, la visione moderna di un nutriente antico



In un’epoca di grande rivalutazione - non sempre ragionevole - dei nutrienti naturali, si rivolge l’attenzione a sostanze note da tempo e appartenenti a farmacopee naturali più di cultura popolare che di accettazione scientifica. Molti di questi composti rimangono confinati nell’ambito di rimedi alternativi affidati a credenze di incerto valore. Alcuni però vengono studiati nel dettaglio, portando evidenze di efficacia o al contrario di inutilità che ne configurano comunque un realistico valore nutrizionale se non terapeutico. È il caso del guaranà, composto ricavato dai semi della pianta omonima, utilizzato da secoli in Amazzonia in diversi tipi di preparazione come stimolante o antidolorifico.

La ricerca ufficiale ha iniziato a occuparsi del guaranà dapprima dopo la scoperta dei suoi contenuti di caffeina, che ne giustificano quindi gli effetti stimolanti sul sistema nervoso; e in seguito dopo il riscontro di significative quantità, sempre nei semi, di flavonoidi e di altri componenti psicoattivi in grado di incrementare le funzioni cognitive1. In particolari alcuni studi condotti con rigore scientifico hanno evidenziato la capacità di migliorare la memoria, la vigilanza e la prontezza in termini di decision-making. L’ultima ricerca su tali potenzialità di attivazione cognitiva del guaranà è stata condotta secondo un protocollo molto originale2, ossia su atleti che hanno bisogno non soltanto di resistenza alla fatica ma anche di un alto livello di tensione attentiva e di tempi di reazione, parametri che attengono alle capacità funzionali cognitive. «In questi soggetti il guaranà - spiega Francesco Carlo Gamaleri, farmacista, consigliere dell’ordine dei farmacisti di Milano, Lodi e Monza - confrontato con la caffeina o con una semplice soluzione zuccherina, migliora la prestazione incrementando la velocità e l’accuratezza dei processi di cognizione e informazione». Questo studio non è che la conferma scientifica di un principio già noto a favore del guaranà, ossia di una sostanza capace di sostenere l’impegno mentale, in particolare in condizioni di stress o di stanchezza. «Non sarebbe giustificato esaltare tali proprietà come miracolose - conclude Gamaleri - ma è ragionevole preferire la presenza del guaranà, correttamente estratto e dosato, negli integratori alimentari destinati ad assicurare un sostegno nutrizionale completo, limitandone comunque l’assunzione non oltre tre mesi, in gravidanza e allattamento e in presenza di diabete o malattie cardiovascolari».

1Kennedy DO et al: Improved cognitive performance in human volunteers following administration of guarana (Paullinia cupana) extract: Comparison and interaction with Panax ginseng. Pharmacol. Biochem. Behav. 2004, 79, 401-411.
2Pomportes L et al: Cognitive performance enhancement induced by caffeine, carbohydrate and guarana mouth rinsing during submaximal exercise. Nutrients 2017, 9, 589.

Alimentazione e prevenzione oncologica



Alimentazione e prevenzione oncologica: un’associazione sempre più forte e sentita, che rende l’abitudine del mangiare sano un impegno particolarmente responsabile, ben oltre il semplice bisogno. Non solo: oggi l’oncologia chiede un sostanziale aiuto agli esperti di nutrizione, alla ricerca delle migliori diete capaci di sostenere una terapia antitumorale e partecipare alle migliori prospettive di prognosi. Non hanno dubbi gli oncologi dell’ospedale San Paolo di Milano che hanno appena pubblicato uno studio sui rapporti fra alimentazione e immunoterapia oncologica1. Una corretta terapia, affermano i ricercatori milanesi, può avere un importante impatto sul sistema immunitario, anche attraverso la regolazione del microbiota intestinale, ossia quel complesso microbatterico che alberga normalmente nell’intestino, con importanti funzioni di regolazione anche di tipo immunologico.

I ricercatori non mancano di ammonire alcune estreme diete vegane: se da un lato l’alimentazione vegetariana offre sicuri vantaggi per la salute, dall’altro certe scelte particolarmente restrittive comportano la deleteria privazione di nutrienti fondamentali, come vitamina B12, zinco, ferro, acidi grassi polinsaturi. In questi casi diventa “necessario ricorrere a supplementazione per evitare seri problemi di salute”. Sono ormai chiare le evidenze sulle proprietà antitumorali degli antiossidanti, presenti in molti frutti, vegetali, cereali, olio d’oliva e in molti nutrienti inclusi negli integratori. Gli antiossidanti favorirebbero l’apoptosi delle cellule tumorali iniziali, ossia la loro autoestinzione prima che si replichino in numero eccessivo. Un consumo regolare di antiossidanti può aiutare a prevenire il tumore di diversi organi (prostata, mammella, utero, cervello, pancreas, cute, polmone, ovaio, vescica). “L’integrazione alimentare con antiossidanti, nonché minerali, vitamine, composti fenolici - concludono gli oncologi di questo studio - contribuisce al mantenimento di un desiderabile equilibrio ossidativo con chiari benefici per la salute, che vanno al di là della basica funzione nutrizionale”.

1 Soldati L et al: The influence of diet on anti‑cancer immune responsiveness. J Transl Med (2018) 16:75

Ginko biloba e sindrome metabolica



I giapponesi considerano il ginko biloba un albero sacro. Da secoli ne ornano le vicinanze dei templi, che proteggerebbero la longevità di questi alberi (noti da millenni e dalla vita lunghissima) nonché le proprietà terapeutiche delle foglie, utilizzate da secoli nella medicina orientale. Anche la medicina occidentale ha posto una crescente attenzione alle foglie di ginko biloba, in particolare dopo il riconoscimento dell’elevato contenuto di flavonoidi, noti per le benefiche proprietà antiossidanti. Al ginko biloba vengono quindi attribuite svariate proprietà terapeutiche, molte delle quali ancora prive di rigoroso riscontro scientifico.

Ha suscitato quindi grande interesse lo studio da poco pubblicato sulla letteratura scientifica internazionale sugli estratti di ginko biloba nella sindrome metabolica, una diffusa condizione caratterizzata da un disordine di alcune funzioni che regolano la produzione di zuccheri e grassi nell’organismo: si accompagna a sovrappeso o obesità, soprattutto addominale, intolleranza al glucosio che può sconfinare nel diabete, ipertensione arteriosa. Si tratta quindi di un problema di salute molto diffuso, in particolare dalla mezza età in su, considerato spesso semplicisticamente come un disturbo estetico, ma che in realtà costituisce un fattore di rischio molto importante per la salute. Giustamente la sindrome metabolica viene trattata farmacologicamente con prodotti diversi che agiscono sul metabolismo lipidico, su quello degli zuccheri e sulla pressione arteriosa. Gli autori di questo studio hanno dimostrato che gli estratti di ginko biloba svolgono un’azione di diretta efficacia su tutti i parametri considerati. Riducono diversi marcatori infiammatori, i livelli di insulina, l’indice di adiposità viscerale; riducono i livelli di emoglobina glicosilata, un indice attendibile dei livelli medici di glicemia. Riducono soprattutto l’indice di massa corporea, la circonferenza addominale, la pressione diastolica e altri parametri che determinano il rischio di infarto e ictus. È il primo studio, condotto con rigore scientifico e controllo placebo, che valuta l’effetto del ginko biloba - esattamente estratto e dosato, somministrato continuativamente per 90 giorni - sulla sindrome metabolica. Questi risultati suggeriscono pertanto un consumo di tale nutriente nelle condizioni anche sfumate di sindrome metabolica, purché la qualità e il dosaggio del ginko biloba siano garantiti, come può essere assicurato soltanto da integratori di sicura produzione, evitando i numerosi prodotti scarsamente certificati, i quali contengono spesso estratti di qualità e contenuto inaffidabile.

Aziz TA et al: Efficacy and safety of Ginkgo biloba extract as an “add-on” treatment to metformin for patients with metabolic syndrome: a pilot clinical study. Therapeutics and Clinical Risk Management 2018:14 1219–1226.

Pesce nell’infanzia, un grande benefico neurologico



È la mamma la prima garante della salute del suo bambino, prima ancora della sua nascita. La corretta alimentazione della donna durante la gravidanza è infatti cruciale per garantire una buona salute del bambino per i primi anni di età. È abituale che le donne in gravidanza considerino con maggiore attenzione la propria alimentazione; ma queste cautele vanno bel oltre una ordinaria precauzione, e dovrebbero diventare una precisa determinazione destinata a preparare la vita iniziale del nascituro con le migliori prospettive di salute. Per esempio viene raccomandato alle donne gravide di assumere le dovute quantità di acidi grassi polinsaturi (DHA, acido docosaesaenoico, e omega-3). Questo può essere consentito dal consumo di pesce almeno due volte alla settimana, o in alternativa da DHA e omega-3 assunti mediante integratori.

Durante il periodo embrionale il feto utilizza infatti questi acidi grassi fondamentali per la formazione delle membrane nervose e quindi per la funzionalità nel sistema nervoso centrale. Ma anche dopo la nascita il processo di sviluppo neurologico non si è esaurito: gli acidi grassi a lunga catena e in particolare il DHA hanno un ruolo essenziale nello sviluppo neurologico, modulando la fluidità delle membrane neuronali e quindi la trasmissione nervosa. Lo stesso avviene anche nelle cellule retiniche, migliorando le funzioni visive. Il DHA comincia ad accumularsi nel sistema nervoso centrale e nella retina durante l'ultimo trimestre di gravidanza e prosegue nei successivi 24 mesi dalla nascita. Si tratta quindi di un periodo prolungato e molto importante per le funzioni neurovisive, meritevoli pertanto dell’assunzione di notevoli quantità di questa sostanza, spesso insufficiente nella dieta di tutti i giorni. Non va dimenticato che l’allattamento, in una donna che si alimenta correttamente, completa il dovuto trasferimento di acidi grassi polinsaturi dalla madre al bambino. La presenza di adeguati livelli di DHA agevola il raggiungimento delle tappe di sviluppo neurocognitivo del neonato e del lattante. Inoltre i bambini che consumano pesce due volte a settimana (o l’equivalente in integratori) hanno minore probabilità di problemi emozionali e comportamentali rispetto agli altri bambini1.

Gispert-Llaurado M et al: Fish consumption in mid-childhood and its relationship to neuropsychological outcomes measured in 7-9 year old children using a NUTRIMENTHE neuropsychological battery. Clinical Nutrition 2016 Dec;35(6):1301-1307.

 

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