Vitamina D, il ginocchio ringrazia


Migliorano i sintomi e anche la struttura cartilaginea nell'artrosi.


Adeguate quantità di vitamina D nell'organismo nelle persone con artrosi del ginocchio sono indispensabili per il miglioramento dei sintomi. Non solo: la vitamina D sarebbe in grado anche di modificare favorevolmente la struttura articolare del ginocchio artrosico, limitando così le alterazioni e prevenendo ulteriori aggravamenti. Il risultato di queste importanti considerazioni deriva da uno studio condotto su pazienti affetti da artrosi del ginocchio e con livelli bassi di vitamina D.


Lo stato delle articolazioni del ginocchio è stato accuratamente studiato mediante risonanza magnetica, che misurava quindi esattamente lo spessore della cartilagine, le sue zone di erosione, i possibili danneggiamenti dell'osso e lo stato della capsula periarticolare. I soggetti sottoposti a trattamento vitaminico (destinato a compensare il deficit e ristabilirne il corretto contenuto), ottenevano un evidente vantaggio in termini strutturali: la cartilagine e le altre componenti articolari mostravano una minore degenerazione e in alcuni casi il ripristino di alcune lesioni reversibili. Si tratta di una osservazione molto importante. La conclusione da trarne non è quella secondo cui la vitamina D cura l'artrosi, che è un processo degenerativo dalle molte cause e dalle variabili possibilità di trattamento, ma un altro: lo studio ribadisce infatti l'importanza fondamentale di adeguati livelli di vitamina D. Questi livelli sono diffusamente bassi nella popolazione, dal momento che l'assunzione alimentare è abitualmente povera di questa preziosa vitamina. L'assunzione di supplementi completi contenenti vitamina D, in particolare negli over 50, è pertanto cruciale anche per il mantenimento di una sana struttura articolare, oltre ai già noti benefici sulla struttura ossea, sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari e di quelle immunitarie.

Fonte: Zheng S et al: Maintaining vitamin D sufficiency is associated with improved structural and symptomatic outcomes in knee osteoarthritis. American Journal of Medicine maggio 2017.

Vampate in menopausa, i benefici di sali, vitamine e omega 3


I sintomi si riducono analogamente a quanto succede con prodotti specificatamente utilizzati per questo comune disturbo.


Il problema delle vampate in menopausa è considerato in modo variabile. Gli specialisti si ostinano, giustamente, a ribadirne l'innocuità e la transitorietà, cercando di tranquillizzare la donna che si tratta di un fenomeno parafisiologico destinato a risoluzione spontanea. La donna, dal canto suo, vive questo disturbo spesso in modo molto sofferto, con la pretesa - anche questa più che giustificata – di risolverlo e di ripristinare una condizione di normalità soggettiva.

Dopo la tendenza ad abbandonare il trattamento farmacologico ormonale per il controllo dei disturbi della menopausa, maggiori attenzioni vengono dedicate a rimedi ormono-simili non farmacologici. In molti casi, peraltro, si è osservato che una normale presenza di calcio, vitamine A e D, sali minerali (manganese, magnesio) e omega 3 consentono un buon controllo dei disturbi vasomotori tipici del climaterio. Dopo quattro mesi di trattamento sostitutivo con questi elementi, le vampate anche di grave entità risultano compensate allo stesso modo di un trattamento continuativo a base di isoflavoni della soia, ossia di sostanze comunemente impiegate per questo problema. «Il vantaggio degli omega 3 sulla protezione cardiovascolare è ormai indiscussa», spiega Fabio Parazzini, professore di ostetricia e ginecologia all'Università di Milano. «Più complesso è spiegare il ruolo di questi composti sul noto fenomeno delle vampate, forse mediato dall'azione degli omega 3 sulla funzione endoteliale, un meccanismo alla base di molti disturbi della circolazione, soprattutto di quella coronarica (cuore) e di quella cerebrale, ma anche del circolo periferico maggiormente interessato dai fenomeni collaterali della menopausa». «L'importante comunque – precisa Parazzini – è rispettare il criterio della saggezza alimentare: la completezza di tutti i nutrienti più sani partecipa in modo determinante non soltanto alla longevità della donna ma anche al controllo di molti disturbi quotidiani legati alla menopausa».
I disturbi periclimaterici sono dovuti a una modificazione piuttosto brusca dell'equilibrio ormonale della donna. La presenza di un substrato adeguato, ossia di adeguati livelli di sali, vitamine, omega 3, comporta una generale condizione di benessere che permette di attenuare anche in misura considerevole disturbi parafisiologici come quelli della menopausa. Tale osservazione richiama quindi l'attenzione sul valore di una alimentazione sana e sul regolare apporto – se necessario con l'aggiunta di un integratore alimentare multivitaminico minerale – di tutti quei nutrienti fondamentali per un corretto equilibrio di salute.

Fonte: Placios S et al: Omega-3 versus isoflavones in the control of vasomotor symptoms in postmenopausal women. Gynecol Endocrinology, maggio 2017.

Autunno e rischio di depressione: ecco frutta e vegetali


Confermato il rapporto fra disturbi dell'umore e basso consumo di alimenti sani.


Si pensa alla dieta come modalità di controllo del peso e dell'estetica, ma una corretta alimentazione è molto di più: non gratifica soltanto le aspettative di linea, ma contribuisce in misura determinante alle prospettive di salute del cuore, delle arterie, del cervello e di molti altre funzioni dell'organismo. Anche di quelle psichiche. Una delle principali riviste scientifiche destinate agli specialisti psichiatri ha pubblicato i risultati di uno studio su quasi 15 mila persone, dai 18 anni in su.

Senza entrare nel dettaglio dello studio, una conclusione è certa: chi mangia poca frutta e verdura ha un rischio sensibilmente maggiore di soffrire di depressione. La relazione fra consumo e gravità del disturbo depressivo è diretta. La soglia limite considerata dallo studio, oltre la quale il rischio di depressione è molto limitato, è di cinque porzioni al giorno: per intenderci, un frutto a ognuno dei tre pasti, più un po’ di verdura a pranzo e cena (con tutte le variabili del caso). «Il meccanismo di questa relazione non è chiaro», dice Claudio Cricelli, presidente della società scientifica che riunisce i medici di famiglia (SIMG). «È anche vero che il soggetto depresso tende spesso a trascurare la propria alimentazione, ha meno gusto per il mangiare e tende a trascurare proprio frutta e verdura, innescando un circolo vizioso». «Dopo il periodo estivo ispirato da alimenti freschi, dissetanti, spesso crudi – prosegue Cricelli - c’è la naturale tendenza ad abbandonare questa abitudine più salutistica in favore di cibi e pietanze meno curate dal punto di vista salutistico». Non c’è dubbio, peraltro, che i costituenti di frutta e verdura conferiscono un substrato equilibrato di salute e anche di sensazione di benessere, contribuendo quindi anche alla soggettività emotiva e all’equilibrio dell’umore. È quindi un’altra buona ragione per sollecitare il consumo di verdura, che deve essere fresca, di provenienza vicina e non conservata troppo a lungo. Ricordiamo che diversamente le proprietà benefiche di frutta e vegetali si riducono grandemente. Va ricordato infine il ruolo dell’integrazione con integratori completi e bilanciati contenenti le vitamine, i sali minerali e altri micronutrienti tipici della frutta e verdura fresche.

Fonte: Ghose Bishwajit et al: Association between depression and fruit and vegetable consumption among adults. BMC Psychiatry (2017) 17:15.

Deficit di vitamina D: una vera pandemia


Un problema globale che riguarda milioni di persone di qualsiasi età e in qualunque parte del globo, anche nelle aree più ricche.


“Un problema globale di salute che riguarda oltre un miliardo di bambini e di adulti in tutto il mondo”: è con questi termini drammatici che un gruppo di ricercatori si appella al mondo scientifico internazionale per sensibilizzare l’attenzione su questa pandemia. Troppo elevato è il numero di persone (sarebbero alcuni milioni in Italia) i cui livelli di vitamina D sono bassi e tali da comportare rischi di salute.

“Non possiamo sottovalutare le conseguenze del difetto di vitamina D”, fanno presente i ricercatori. Essi ricordano infatti che l'ipovitaminosi D è direttamente associata a una moltitudine di malattie acute e croniche: preeclampsia, carie dentali, periodontite, malattie autoimmuni, malattie infettive, tumori, diabete, vari disturbi neurologici. Si dimentica quindi che le ipovitaminosi, un problema che si ritiene appartenuto a un passato di denutrizione, sono ancora presenti, e fra queste soprattutto quella da carenza di vitamina D. La ragione di questa pandemia non è legata alla sottoalimentazione: viviamo anzi in un contesto di sovralimentazione, ma di minore qualità e varietà di ingredienti. La vitamina D è carente perché la fonte alimentare ne è povera anche nelle diete più appropriate, e inoltre perché viviamo prevalentemente in ambienti chiusi, soprattutto in autunno e inverno, impedendo il processo metabolico di conversione in vitamina D attiva operato dalla luce solare. Il deficit di vitamina D è l'esempio paradigmatico di necessità di integratori alimentari multivitaminici multiminerali, i quali con facilità ripristinano il giusto dosaggio nell'organismo, contribuendo a un'efficace protezione della salute.

Fonte: Holick M et al: The vitamin D deficiency pandemic: Approaches for diagnosis, treatment and prevention. Reviews in Endocrine & Metabolic Disorders (May 2017).

Dieta Mediterranea, una cosa seria


Uno studio italiano indica la riduzione del rischio di malattie epatiche anche gravi.


La Dieta Mediterranea non è semplicemente una tendenza alimentare dei cultori della linea e del benessere: è una fonte di salute importante, capace di prevenire malattie minacciose e limitare la mortalità. Insomma, una cosa molto seria.
Un gruppo di ricercatori italiani ha studiato gli effetti di una regolare Dieta Mediterranea su una rilevante malattia, l’epatopatia steatosica non alcolica. Si tratta di una malattia del fegato, spesso legata all’obesità e ad altri disturbi metabolici, che può portare a disfunzioni importanti che compromettono seriamente la salute e l’aspettativa di vita.

Abituando i bambini a un'alimentazione ricca di frutta, verdura, cereali, i ricercatori hanno osservato un rischio di epatopatia steatosica notevolmente inferiore. Non solo: negli anni si riduce anche il rischio o la gravità di altre malattie metaboliche, come il diabete, l'obesità, le dislipidemie. Gli studiosi si sono quindi soffermati su una malattia delimitata come l'epatopatia alcolica, ma la portata dei risultati si estende anche alla prevenzione delle malattie cardiovascolari, ossia a una protezione di quasi tutti gli organi del corpo umano.
Sulla base delle indicazioni di questo studio, si possono riassumere poche e precise regole:

  1. la Dieta Mediterranea ha effetti benefici sulla prevenzione dell'obesità, della sindrome metabolica e delle epatopatie steatosiche
  2. la riduzione degli zuccheri e l'aumento degli acidi grassi polinsaturi nella dieta ha effetti antinfiammatori/antifibrogeni
  3. l'aderenza alla Dieta Mediterranea va mantenuta con regolarità.

Claudio Cricelli, presidente della società scientifica dei medici di medicina generale (SIMG), ribadisce il concetto di Dieta Mediterranea come cultura della salute e non come moda effimera. «Il concetto di Dieta Mediterranea è in continua evoluzione - ricorda Cricelli - ma si fonda indissolubilmente proprio sulle origini storiche di questa abitudine alimentare, appartenente a un'epoca di genuinità ma anche di ristrettezze: si consumava quindi olio di oliva (poco perché era costoso), un pò di vino, carboidrati (soprattutto pasta), verdure e legumi, e - nei luoghi di mare - pesce».
Oggi la Dieta Mediterranea è diventata un concetto dai contenuti meno definiti: è bene quindi riferirsi ai fondamenti storici di questa sana consuetudine nutrizionale. Va in ogni caso garantita l'assunzione di una serie di nutrienti essenziali preziosi e insostituibili - come vitamine, sali minerali, metalli, acidi grassi polinsaturi - spesso omessi nella dieta quotidiana, salvo compensare tale difetto con appositi integratori alimentari con profilo nutrizionale completo.

Della Corte C et al: Good adherence to the Mediterranean diet reduces the risk for NASH and diabetes in pediatric patients with obesity: The results of an Italian Study. Nutrition. 2017 Jul - Aug; 39-40:8-14.

I cibi adeguati alle stagioni fredde


Maggiore il rischio di malattie da raffreddamento, sedentarietà, sovraccarico di lavoro e di studio.


L'arrivo della stagione fredda comporta anche un cambiamento sostanziale delle abitudini alimentari. La natura peraltro ha dotato l'autunno di una quantità di prodotti naturali di grande interesse nutrizionale, oltre che di grande bellezza. Uva, mele, pere, castagne, fichi, nocciole, cavoli, cachi, carciofi, zucca, funghi sono alimenti tra i più interessanti, gustosi e anche sani alimenti concessi dalla terra. La maggior parte di questi cibi sono ricchi delle vitamine più utili, in particolari di quelle dotate di potere antiossidante.

Le castagne sono ricche di zolfo, magnesio, potassio, fosforo. La zucca è poco calorica ed è ricca di betacarotene e sali minerali, soprattutto potassio.
Entrare nel merito di ciascun alimento autunnale è complesso, per la ricchezza individuale e particolareggiata di ciascun cibo. Non si sbaglia comunque assumendo almeno cinque porzioni al giorno di frutta/verdura di stagione, preferendola ovviamente tra quelle locali o che abbiano fatto poca strada.
I migliori vantaggi di questa alimentazione vanno abbinati all’attività fisica (spesso in autunno si tende a essere più sedentari) e all’esposizione solare, per quello che è possibile: infatti l’attivazione della vitamina D richiede la luce del sole, che deve essere diretta (non è quindi quella che entra all’interno degli edifici). Queste raccomandazioni - dieta adeguata, se necessario integrata con prodotti adeguati (integratori alimentari multivitaminici multiminerali, attività fisica, esposizione solare - sono i requisiti migliori per garantire la migliore efficienza nella ripresa scolastica come nel ritorno al lavoro.

Sonnolenza diurna, è anche una questione di cibo


Una scelta più appropriata dei cibi non soltanto riduce la sonnolenza post prandiale ma incentiva la vigilanza e l'attenzione.


Una eccessiva sonnolenza diurna può essere legata all'ingestione di cibi di valore nutrizionale povero. Non si tratta quindi del sonno dipendente da pasti sovrabbondanti, come comunemente provato dopo la sazietà di un banchetto eccessivo. Anche pasti di quantità normale o quasi, ma composti da cibi poco sani, possono essere responsabili di una sonnolenza diurna, o comunque di una ridotta efficienza nel lavoro o nello studio.


Questa considerazione deriva da uno studio condotto su persone particolari ossia affette dalla cosiddetta apnea ostruttiva notturna. Si tratta infatti di persone con una grande sensibilità alle variazioni del sonno indotte da fattori variabili, fra cui appunto tipicamente l'alimentazione.
Lo stesso meccanismo, però, è attuabile in tutte le persone, anche se in modo meno vistoso: questo vuole dire che un pasto incongruo non necessariamente determina un addormentamento improvviso, ma sicuramente limita l'efficienza nelle attività comuni - fra cui appunto quelle professionali o di studio - che richiedono attenzione e concentrazione. Questo implica che pasti misurati, ricchi di verdura, frutta, cereali, legumi, e se necessario completati da integratori alimentari completi, che non omettano nessun nutriente indispensabile (in particolare vitamine, antiossidanti, minerali) rendono conto anche di una migliore performance nelle attività di tutti i giorni.

Fonte: Bove C et al: Sleepiness in Patients With Obstructive Sleep Apnea Is Associated With Unhealthy Diet. Sleep (2017) 40 (suppl_1): A236. 28 April 2017.

La salute alimentare ancora prima di nascere


Cresce il concetto di programmazione nutrizionale: se la mamma mangia correttamente, suo figlio avrà maggiori prospettive di benessere.


Nei paesi dove la gravidanza è vissuta in modo più razionalmente scientifico si è sviluppato molto il concetto di programmazione nutrizionale: ossia una speciale dedizione alla corretta alimentazione della mamma fin da prima del concepimento (almeno prevedibile), allo scopo di consentire al futuro nato migliori prospettive di salute e minori rischi di sviluppare anomalie e malattie nella vita fetale e in quella successiva.

In particolare negli Stati Uniti, ma anche in molti paesi europei e in misura crescente anche in Italia, la supplementazione vitaminica e minerale prima e durante la gravidanza è diventata una pratica corrente.
Questa abitudine si affianca alle usuali e sempre validissime raccomandazioni per la donna in gravidanza, come il consumo abituale di frutta e verdura di stagione, l'abolizione del fumo, la riduzione dei grassi e dei superalcolici. Il concetto è comunque quello di considerare la salute del bambino - e futuro adulto - fin da prima del suo concepimento, responsabilizzando quindi i genitori sul fatto che una alimentazione sana (il che implica anche completa di tutti i componenti necessari) è cruciale per il futuro del loro figlio. «La diligenza nutrizionale della madre non si improvvisa al momento del test positivo di gravidanza, ma va programmato in anticipo» ammonisce Marcello Giovannini, professore di pediatria, uno dei più accreditati esperti di nutrizione pediatrica. «La donna - prosegue il professor Giovannini - nel momento in cui prospetta la possibilità di una gravidanza, è già responsabile della sua salute nei decenni futuri. Deve modificare il suo stile di vita, rendendolo apertamente più sano, iniziando dai criteri più vistosi: per esempio abolendo il fumo e rispettando un'alimentazione sana e completa di tutti i nutrienti necessari. Le abitudini alimentari della madre, il gusto e l'accettazione per cibi come il pesce, le verdure, i legumi diventeranno caratteristiche costituzionali che si trasmetteranno anche al feto e quindi al futuro bambino». Questa responsabilizzazione sul figlio venturo è spesso molto efficace nell'indurre comportamenti alimentari più attenti, come tipicamente si verifica durante la gravidanza, in cui la donna (e spesso il suo partner) sono particolarmente motivati a correggere anche abitudini radicate. Il controllo adeguato della quantità e qualità nutrizionale già prima del concepimento - se necessario ricorrendo a un'adeguata integrazione nutrizionale - risulta benefico anche per la prevenzione del rischio di disturbi del comportamento alimentare - anoressia, bulimia - nel futuro bambino-adolescente.

Jones C et al: Fetal programming and eating disorder risk. J Theor Biol. 2017 Sep 7;428:26-33.

Saltare il pasto: una brutta abitudine alimentare


Inizialmente una necessità dovuta al lavoro e altre incombenze, poi una consuetudine ingiustificata, anche tra i giovani: quali sono i rischi.


Ne avevamo già chiaramente l'impressione, ma i numeri precisi sono molto preoccupanti: la maggior parte degli adolescenti consuma quantità nettamente insufficienti di frutta, vegetali, latte e latticini; al contrario consumano quantità elevate di sodio, grassi, zuccheri. Anche il nostro Test della Piramide, del resto, aveva già segnalato che i due terzi della popolazione consumano quantità insufficienti di frutta e di verdura.

Questa situazione è direttamente collegata con un altro fenomeno: il numero regolare di pasti.
I ragazzi più scrupolosi nel rispettare il regolare numero di pasti quotidiano - colazione, pranzo e cena - hanno mediamente un profilo alimentare più regolare, con una minore quantità di sodio e grassi e un maggiore contenuto di vitamine, minerali, acidi grassi polinsaturi. È inevitabile che il salto dei pasti (e non stiamo parlando soltanto di adolescenti) stimola il bisogno di cibi di rapida soddisfazione dell'appetito, quindi di solito alimenti con elevate quantità di sodio o grassi e basso contenuto nutrizionale. Esigenze comprensibili di impegni lavorativi, spostamenti, urgenze quotidiane di famiglia e di lavoro inducono molte persone a sacrificare la colazione del mattino o il pranzo. Non raramente chi salta questi pasti trova gratificante la capacità di “mangiare di meno”, mentre nella maggior parte dei casi è un occulto e ignaro vorace di merendine e snack.
«Tutto questo equivale alla perdita del sano concetto di distribuzione dell'alimentazione», commenta Claudio Cricelli, presidente della società scientifica dei medici di medicina generale (SIMG). Il maggiore fabbisogno di calorie per l'organismo è quello delle ore diurne, soprattutto al mattino: per questa esigenza - nello studio, nel lavoro - non può essere sufficiente un caffè veloce al bar prima di affrontare la giornata, tanto peggio se seguito da un pasto di mezzogiorno frugale, per scaricare la propria voracità nel pasto serale». «La prima colazione - ribadisce Cricelli - ha un valore fondamentale nella corretta distribuzione delle energie e delle risorse fisiche e mentali nelle ore della giornata in cui sono più richieste. Una prima colazione adeguata riduce il bisogno di snack, l'ansia per cibi salati e ipercalorici a pranzo, e dona le premesse fisiologiche migliori per una corretta performance lavorativa o di studio, limitando la sonnolenza e i cali di attenzione e concentrazione».

L'impegno a rispettare la sequenza e completezza dei tre pasti principali, con il tempo e la calma necessari, sono garanzie importanti che guidano verso assunzioni nutrizionali più sicure e soprattutto più sane. Sacrificare alcuni componenti nutrizionali essenziali è sempre molto sbagliato: questo va quindi evitato, ricordando al contrario la necessità della dieta completa ed equilibrata, con il supporto di un integratore alimentare multivitaminico multiminerale.

Fonte: Rodrigues PRM et al: Adolescents' unhealthy eating habits are associated with meal skipping. Nutrition. 2017 Apr 5.

L'importanza di mangiare con lentezza



La giornata mondiale della lentezza di lunedì 7 maggio ci ha fatto ricordare quanto sia importante riservare i giusti tempi alle nostre attività quotidiane e tra queste, di certo, al mangiare. Sappiamo quanti benefici apporti un’alimentazione corretta e quanto utile sia seguire la nostra dieta mediterranea e i criteri della piramide alimentare. Diversi studi si sono focalizzati anche sul come mangiare, mettendo in evidenza aspetti molti interessanti. Nel 2013, i ricercatori della texas Christian University hanno pubblicato sulla rivista Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics i risultati di una ricerca condotta in due fasi su un campione di volontari.

Nella prima fase, al gruppo è stato chiesto di mangiare lentamente, masticando bene il cibo e senza porsi un tempo prestabilito per terminare il pranzo. Nella fase successiva dello studio, alle stesse persone è stato assegnato un tempo stabilito nel quale dovevano mangiare molto più rapidamente. I risultati dicono che mangiare lentamente provoca una significativa riduzione della sensazione di fame nelle ore successive al pasto. Il mangiare lento, dunque, garantisce una sazietà che perdura più a lungo. I vantaggi sono evidenti per le persone in sovrappeso, ma non solo. Evitare gli spuntini fuori orario e gli snack di tipo industriale per coprire quel senso di fame che avvertiamo quando i nostri pasti sono fugaci, ci aiuta a rispettare i criteri di una buona ed equilibrata alimentazione.

In un recente studio, pubblicato sul Journal of Epidemiology, il ricercatore giapponese Takayuki Yamaji spiega il perchè di questo mancato effetto di sazietà indotto dal consumare i pranzi in velocità. Secondo il ricercatore di Hiroshima, il cervello impiega circa 20 minuti a mandare allo stomaco il segnale di sazietà. Se mangiamo troppo in fretta, questo segnale di stop non arriva e continuiamo ad avvertire una sensazione di fame e di non appagamento. Ma lo studio giapponese non si ferma qui, segnalandoci che la velocità con la quale consumiamo i pasti incide anche nello sviluppo della sindrome metabolica, ovvero quell’insieme di condizioni che aumentano il rischio di incorrere in malattie quali il diabete o patologie a carico dell’apparato cardiocircolatorio. Ebbene, nello studio, che ha monitorato le abitudini di novemila persone, chi mangia molto rapidamente è risultato avere un girovita più abbondante e una glicemia più alta. La sindrome metabolica è stata riscontrata nel 2% delle persone che mangiano con abbondante lentezza, nel 6,5% delle persone che si nutrono a ritmo “normale” e nell’11,6% delle persone che mangiano in fretta. Sempre secondo lo studio, il mangiare con rapidità eccessiva porta ad un incremento fino al 35% di sviluppare la condizione di sindrome metabolica. E’ quindi confermato anche dalla letteratura scientifica: chi mangia piano, va sano e va lontano.

La buona alimentazione contro l’ipertensione



Oggi 17 maggio, è la giornata mondiale di sensibilizzazione per la lotta all'ipertensione arteriosa, promossa in tutto il mondo dalla World Hypertension League. Si tra tratta di un'ottima occasione per imparare a conoscere e controllare la nostra pressione arteriosa, parametro fondamentale per il benessere dei nostri vasi e del nostro cuore. In effetti, l'ipertensione arteriosa, attraverso le sue complicanze, rappresenta la prima causa di morte al mondo. Le linee guida della Società italiana dell'ipertensione arteriosa (Siia) ci ricordano che la misurazione regolare della pressione è l'unico metodo efficace per diagnosticare la malattia e, nel caso si utilizzino farmaci specifici, per verificare l'efficacia della terapia. Oltre al monitoraggio periodico della pressione, è importante seguire uno stile di vita teso a prevenire la sua insorgenza.

Da questo punto di vista, giocano un ruolo chiave alcune sane abitudini come evitare di fumare, fare una regolare attività fisica e adottare una dieta adeguata. L'alimentazione, in effetti, è strettamente correlata alla salute dei nostri vasi. Anche in questo ambito, tornano molto utili le linee guida della Siia che ci raccomandano di utilizzare poco sale nel cibo (non più di un cucchiaino dal tè al giorno, ovvero non più di 5 grammi) e di preferire cibi freschi evitando quelli conservati e, più in generale, i cosiddetti “cibi spazzatura”. Un importante obiettivo da seguire per garantire lunga vita ai nostri vasi deve essere quello di ridurre il grasso addominale, parametro che è strettamente correlato alle malattie cardiovascolari. La giornata mondiale di sensibilizzazione per la lotta all'ipertensione arteriosa diventa quindi l'ennesima buona occasione per ricordare i vantaggi della nostra dieta mediterranea e il rispetto dei parametri indicati dalla Piramide Alimentare. In particolare, per combattere l'ipertensione non dobbiamo dimenticarci di inserire nella nostra alimentazione il pesce, almeno una o due volte alla settimana. Può sembrare un paradosso, ma per prevenire le problematiche a carico dell'apparato cardiocircolatorio sono da preferire i pesci grassi, come il merluzzo, più ricchi di un componente fondamentale per il buon funzionamento delle nostre cellule: gli omega 3. Non sempre è semplice consumare le porzioni settimanali raccomandate di pesce, e quindi di omega 3. Nel caso in cui non sia possibile assumere questo nutriente con la dieta, un integratore alimentare di omega 3 può costituire un valido supporto. Una ricerca condotta presso il Center for Epidemiology, Biostatistics and Computational Biology, in Colorado e pubblicata sull'American Journal of Hypertension, ci dice gli omega 3 contenuti nel pesce o negli integratori alimentari sono talmente efficaci nell'abbassare la pressione sanguigna che il consumo giornaliero di EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico) potrebbe aiutare a limitare l'uso dei farmaci per il controllo della pressione. La terapia contro l'ipertensione rimane chiaramente di pertinenza esclusiva del medico, ma questo dato ci dà la misura di quanto efficaci siano gli omega 3 per tenere sotto controllo la nostra pressione. Se consideriamo che l'elevata pressione sanguigna colpisce in Italia in circa il 33% degli uomini e il 31% delle donne, comprendiamo bene quanto siano importanti le abitudini alimentari non solo per il singolo individuo, ma per l'intera popolazione. L'ipertensione, ricordiamolo, può causare coronaropatie e insufficienza cardiaca. Smettere di fumare, fare un'attività fisica regolare e seguire con regolarità la nostra dieta mediterranea rappresentano semplici regole che non dovrebbero mai essere dimenticate, piuttosto che buoni propositi da ricordare solo in occasione di giornate dedicate, come quella di oggi.



Fonte: Paige E. Miller,Mary Van Elswyk, and Dominik D. Alexander. “Long-Chain Omega-3 Fatty Acids Eicosapentaenoic Acid and Docosahexaenoic Acid and Blood Pressure: A Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials” Am J Hypertens (2014) doi: 10.1093/ajh/hpu024First published online: March 6, 2014

La vitamina D, anche in estate



Per prevenire la carenza di vitamina D le strategie da seguire, lo sappiamo, sono tre: esporsi ai raggi solari, assumere alimenti che contengono vitamina D e integrare questo importante elemento con un supplemento. Come spesso accade, però, di fronte a tre vie differenti si rischia di perdere l'orientamento ed occorre fare chiarezza su un aspetto molto importante: le tre strategie da seguire per evitare il deficit da vitamina D non si escludono a vicenda ma, anzi, si integrano perfettamente. Questa considerazione ci porta ad affermare un concetto fondamentale: anche in estate, quando la nostra pelle sta al sole, occorre assumere vitamina D attraverso l'alimentazione e l'integrazione.
Perchè?

Il motivo principale è che, anche durante l'estate, si rischia di non avere sufficienti livelli di vitamina D. Infatti, la produzione cutanea di vitamina D è influenzata da alcuni fattori come la pigmentazione della pelle, l'ora del giorno alla quale ci si espone, l'inquinamento atmosferico e l'eventuale uso di creme solari. Andiamo con ordine. Più la pelle è pigmentata, ovvero scura, più essa è protetta rispetto ai danni dei raggi solari ma, al tempo stesso, si riduce la produzione di vitamina D. Quanto invece all'orario nel quale ci si espone al sole, occorre tenere presente che alla mattina presto e nel tardo pomeriggio i raggi del sole incontrano un percorso più lungo per giungere al suolo. Durante questo percorso, in parte vengono assorbiti dallo strato di ozono. In generale, l'esposizione al sole in queste ore è meno efficace per la produzione di vitamina D. Poi ci si mettono altri fattori, come l'inquinamento, ad assorbire i raggi del sole e la corretta protezione che ci mettiamo sulla pelle quando ci esponiamo nelle ore centrali della giornata fa il resto per rendere il lavoro del sole molto difficile in termini di aiuto alla produzione della nostra vitamina D. Ricordiamo che questa vitamina è fondamentale non solo per la salute delle ossa, ma recenti evidenze dimostrano un suo importantissimo ruolo anche nel ridurre il rischio di malattie croniche importanti come le malattie cardiovascolari, alcuni tumori, il declino cognitivo e la depressione. Carenze di vitamina D possono implicare anche complicazioni durante la gravidanza, indurre malattie autoimmuni o aggravare allergie. Non solo sole, dunque, ma anche un'alimentazione corretta e un'adeguata supplementazione di vitamina D. Anche in estate. Chiedi al tuo farmacista di consigliarti l'integratore più adatto alle tue esigenze, con il giusto dosaggio di vitamina D.

Se i nostri alimenti si impoveriscono di vitamine



Un recente articolo scientifico, pubblicato sulla rivista Science Advances, mette in luce una correlazione che desta preoccupazione, ovvero quella tra aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera e la perdita del valore nutritivo del cibo. Nello specifico, lo studio è stato condotto facendo crescere 18 varietà di riso a concentrazioni differenti di CO2, simulando quello che accade quando questo gas, che cresce in relazione all’inquinamento dell’aria, aumenta nella nostra atmosfera. La ricerca ha osservato che il riso coltivato a concentrazioni più alte di anidride carbonica è caratterizzato da un contenuto inferiore in proteine, ferro, sali minerali e vitamine del gruppo B, in particolare B1, B2, B5 e B9. Tale carenza si è manifestata in modo differente a seconda della tipologia di pianta coltivata, ma ha interessato tutte le specie monitorate.

Questa ricerca fa molto pensare. Il riso è l’alimento principale per molte popolazioni, specie quelle dei paesi più poveri del mondo, dove già oggi sussistono gravi carenze alimentari. Nelle nostre abitudini alimentari, il riso non riveste un ruolo fondamentale, anche se, secondo i principi della piramide alimentare, dove i cerali ricoprono un ruolo molto importante, può rappresentare una validissima alternativa alla pasta. Tuttavia, se estendiamo il discorso dal riso agli altri alimenti le preoccupazioni crescono. Non è mai corretto prendere i risultati di uno studio scientifico e traslarli ad altre situazioni non direttamente monitorate. In questo caso, però, alcune domande sorgono spontanee. Innanzitutto, se la qualità dell’aria incide sul valore nutritivo di un alimento come il riso, forse incide anche sugli altri alimenti coltivati? I prodotti della terra di qualche decennio fa erano migliori rispetti a quelli di oggi? Le carenze vitaminiche che riguardano molti di noi sono il frutto, oltre che una non corretta alimentazione individuale, anche di un valore nutritivo sempre più in declino dei nostri alimenti? Altri studi risponderanno a queste domande e, in questo senso, la ricerca appena pubblicata sul riso ha il grande valore scientifico di lanciare un importante campanello di allarme al mondo della ricerca. Nel frattempo, anche in virtù di queste prime evidenze, le nostre scelte alimentari devono essere sempre più consapevoli, potenziando il consumo di cereali, di frutta e di verdura. Nel dubbio che nutrano meno di una volta, assumiamone di più, riducendo gli alimenti che stanno al vertice della piramide alimentare, come le carni, il burro e i dolci. Non dimentichiamoci, poi, che integratori alimentari completi e bilanciati, possono costituire un aiuto per assumere tutte le vitamine e i sali minerali di cui abbiamo bisogno. Alla faccia dell’anidride carbonica che, si spera, questo mondo sarà in grado, nel prossimo futuro, di tenere sotto controllo.

Zhu C. et al. Carbon dioxide (CO2) levels this century will alter the protein, micronutrients, and vitamin content of rice grains with potential health consequences for the poorest rice-dependent countries. Sci Adv. 2018 May 23;4(5):eaaq1012. DOI: 10.1126/sciadv.aaq1012

Dieta, microbiota e salute



Come ama ricordare Stitaya Sirisinha, ricercatore ed esperto in immunologia per l’Organizzazione Mondiale della Sanità fin dal 1983, “La nostra salute, e probabilmente anche i nostri comportamenti e il nostro umore, dipendono non solo da quello che mangiamo e dai nostri stili di vita, ma anche da cosa ospitiamo”. All’interno del nostro organismo, in effetti, ospitiamo una infinità di batteri che, nel loro insieme, costituiscono la nostra flora batterica o, per dirla meglio, il nostro microbiota. La ricerca scientifica sta indagando con sempre maggiore insistenza sul ruolo che questa comunità batterica, differente in ciascuno di noi, svolge rispetto alla nostra salute. Le ultime evidenze dimostrano che il microbiota potrebbe avere un ruolo di fondamentale importanza per le più importanti malattie, compreso il cancro.

Ma l’evidenza più interessante è che il microbiota, nella sua composizione e, quindi, nelle sue influenze benefiche, è profondamente modificabile attraverso la dieta. In questo senso, una recentissima pubblicazione italiana di livello internazionale, indica nella Dieta Mediterranea un ottimo modello alimentare per le sue influenze positive sulla composizione della flora batterica. Ma come agisce il microbiota sulla nostra salute generale? Il fattore chiave sembra risiedere nelle risposte infiammatorie immuno-mediate. In sostanza, dobbiamo pensare ad una condizione di infiammazione cronica latente alla quale è sottoposto il nostro intestino. Ne siamo tutti vittime, chi più, chi meno. Ad influenzare il livello di questa infiammazione, spesso silente, ma subdola, è l’alimentazione. In particolare, sono considerati fattori positivi per ridurre l’infiammazione intestinale bassi livelli di colesterolo e alti livelli di antiossidanti contenuti in frutta e verdura e negli acidi grassi mono insaturi presenti nei pesci, noci e olio d'oliva. Tra i componenti della Dieta Mediterranea, l'olio d'oliva è stato oggetto di diversi studi epidemiologici che suggeriscono il suo ruolo protettivo nel cancro. Sono state, per esempio, osservate associazioni tra aumento del consumo di olio d'oliva e diminuzione del rischio di sviluppo del cancro al seno e cancro del colon-retto. I principali effetti protettivi del consumo di olio d'oliva sono attribuibili alla presenza di acidi grassi monoinsaturi e di composti fenolici, tra cui fenoli semplici, flavonoidi e lignani. Ma giocano un ruolo importante anche carboidrati e le fibre provenienti dal mondo vegetale, oltre agli omega 3 presenti nel pesce, in particolare modo in quello grasso, come il merluzzo. La nostra Dieta Mediterranea, in definitiva, è una grande arma di prevenzione che abbiamo nel nostro bagaglio culturale. Seguendo le regole della piramide alimentare, possiamo mettere in atto, ogni giorno, un gesto di sostegno al nostro microbiota e, di conseguenza, alla nostra salute. I ricercatori ricordano che alcuni nutrienti esercitano benefici fisiologici di grande rilevanza. Tra questi, vengono citati gli acidi grassi omega 3, i bioattivi liposolubili con proprietà nutraceutiche (tocoferoli e fitosteroli) diverse vitamine (B1, B2, B6, niacina, tiamina e α-tocoferolo, la forma più attiva di vitamina E), minerali essenziali (selenio, potassio, magnesio, fosforo, manganese, ferro, zinco e rame e un basso livello di sodio), aminoacidi essenziali, antiossidanti fenolici (acido caffeico), fibra alimentare (solubile), flavonoidi (come catechina, epicatechina, quercetina, procianidine, acidi fenolici (come acidi gallici e protocatechuici). La dieta e, nel caso in cui si riscontrassero carenze l’integrazione alimentare, risultano quindi sempre più importanti per la nostra salute e, con sempre maggiore precisione, se ne comprendono i meccanismi benefici. Verifica se la tua alimentazione è corretta con il test della piramide.

The influence of diet on anti-cancer immune responsiveness Laura Soldati et al. Journal of Translational Medicine 2018 - 16: 75

I colori dell’estate



Il blu del mare, certo. Ma anche l'azzurro del cielo o il verde brillante dei prati di montagna sono alcuni tra i colori che ci vengono alla mente quando pensiamo alla bella stagione. Qualunque sia la località di villeggiatura dei nostri sogni, vi ci troveremo altri colori, ai quali spesso non si presta la dovuta attenzione: quelli della frutta e delle verdure di stagione. La natura non ha attribuito casualmente le caratteristiche cromatiche ai cibi della terra. Al rosso, per esempio, corrispondono alti livelli di vitamina A, della quale sono ricchi anche frutta e verdure di colore giallo/arancio. Ecco allora che in estate, cibi come il melone o le albicocche sono particolarmente indicati per l'abbronzatura. Il loro alto contenuto di vitamina A, infatti, stimola la produzione di melanina, favorendo una tintarella più naturale e duratura.

Sempre in quest'ottica, centrifughe a base di carote sono indicate per chi passa molte ore al sole, visto che questo ortaggio arancione contiene fino a 1200 microgrammi di vitamina A (o quantità equivalenti di caroteni) ogni 100 grammi di polpa. Altro frutto tipicamente estivo è l'anguria, anch'essa fonte di vitamina A. Ma non solo: il cocomero è ricco anche di vitamina C, B1, B6 e di minerali come il potassio e il magnesio, molto utili per reintegrare i sali persi attraverso la sudorazione e contrastare la stanchezza dovuta al caldo. Inoltre, nonostante la convinzione comune che l'anguria apporti molte calorie, occorre sottolineare che questo alimento ha pochi zuccheri (solo il 5%) e ha un basso contenuto calorico, 20-30 calorie per 100 grammi di prodotto. Il restante 95% è costituito da acqua, il che rende l'anguria un alimento di fondamentale importanza in questa stagione, contrastando la disidratazione, aumentando la diuresi e riducendo il rischio di quei fastidiosi gonfiori alle gambe dei quali molte persone soffrono in estate. Inoltre, sempre grazie all'acqua, ai minerali che contiene e alla citrullina, il cocomero è molto utile per chi pratica sport. Altre sostanze tipiche dei cibi rossi sono le antocianine e il licopene entrambe dotate di importanti proprietà antiossidanti. Contro i radicali liberi non c'è nulla di meglio che fare il pieno di vitamina C, importantissima vitamina idrosolubile che contrastano la cascata ossidativa e protegge le cellule dell'organismo. La vitamina C è contenuta in alte quantità nelle verdure verdi, ricche anche di luteina, acido folico, magnesio e, chiaramente, di clorofilla, responsabile della colorazione verde. Possiamo dire che la C è la vitamina più presente in frutta e ortaggi indipendentemente dal loro colore. La si trova anche in quelli bianchi come l'aglio la cipolla (ricchi in particolare di composti solforati) o nei funghi prataioli, fonte importante di selenio. Il colore viola di mirtilli, fichi, more, prugne e uva nera ci ricorda invece la presenza, (accanto anche in questo caso alla vitamina C, al potassio e al magnesio) di grandi quantità di antocianine e carotenoidi antiossidanti. Le antocianine, in particolare, possono essere descritte come un gruppo di pigmenti rossi e blu che sono da un lato responsabili del colore caratteristico che conferiscono alle piante e ai loro frutti, dall'altro lato in grado di garantire una fortissima azione antiossidante che, nel nostro organismo, si tramuta in un'azione antiaging e preventiva nei confronti di molte malattie degenerative. Quale che sia la tonalità del loro colore, abbiamo visto che le antocianine, abbinate alle vitamine e ai sali minerali in essi contenuti, conferiscono alla frutta dell'estate non solo i loro caratteristici colori, ma importanti benefici per il nostro organismo. La dieta mediterranea nel suo insieme è la dieta più salutare che possiamo seguire e, non a caso, comprende questi alimenti nelle giuste proporzioni. Le cellule del nostro organismo richiedono vitamine e sali minerali per funzionare al meglio e per superare le condizioni di stress. L'estate è la stagione della frutta, ma le vacanze sono spesso un momento che mette a dura prova le nostre energie. Ecco allora che il ricorso ad integratori alimentari che contengano, in maniera bilanciata e completa, le vitamine e minerali più importanti può essere utile anche durante la bella stagione.

Guaranà, la visione moderna di un nutriente antico



In un’epoca di grande rivalutazione - non sempre ragionevole - dei nutrienti naturali, si rivolge l’attenzione a sostanze note da tempo e appartenenti a farmacopee naturali più di cultura popolare che di accettazione scientifica. Molti di questi composti rimangono confinati nell’ambito di rimedi alternativi affidati a credenze di incerto valore. Alcuni però vengono studiati nel dettaglio, portando evidenze di efficacia o al contrario di inutilità che ne configurano comunque un realistico valore nutrizionale se non terapeutico. È il caso del guaranà, composto ricavato dai semi della pianta omonima, utilizzato da secoli in Amazzonia in diversi tipi di preparazione come stimolante o antidolorifico.

La ricerca ufficiale ha iniziato a occuparsi del guaranà dapprima dopo la scoperta dei suoi contenuti di caffeina, che ne giustificano quindi gli effetti stimolanti sul sistema nervoso; e in seguito dopo il riscontro di significative quantità, sempre nei semi, di flavonoidi e di altri componenti psicoattivi in grado di incrementare le funzioni cognitive1. In particolari alcuni studi condotti con rigore scientifico hanno evidenziato la capacità di migliorare la memoria, la vigilanza e la prontezza in termini di decision-making. L’ultima ricerca su tali potenzialità di attivazione cognitiva del guaranà è stata condotta secondo un protocollo molto originale2, ossia su atleti che hanno bisogno non soltanto di resistenza alla fatica ma anche di un alto livello di tensione attentiva e di tempi di reazione, parametri che attengono alle capacità funzionali cognitive. «In questi soggetti il guaranà - spiega Francesco Carlo Gamaleri, farmacista, consigliere dell’ordine dei farmacisti di Milano, Lodi e Monza - confrontato con la caffeina o con una semplice soluzione zuccherina, migliora la prestazione incrementando la velocità e l’accuratezza dei processi di cognizione e informazione». Questo studio non è che la conferma scientifica di un principio già noto a favore del guaranà, ossia di una sostanza capace di sostenere l’impegno mentale, in particolare in condizioni di stress o di stanchezza. «Non sarebbe giustificato esaltare tali proprietà come miracolose - conclude Gamaleri - ma è ragionevole preferire la presenza del guaranà, correttamente estratto e dosato, negli integratori alimentari destinati ad assicurare un sostegno nutrizionale completo, limitandone comunque l’assunzione non oltre tre mesi, in gravidanza e allattamento e in presenza di diabete o malattie cardiovascolari».

1Kennedy DO et al: Improved cognitive performance in human volunteers following administration of guarana (Paullinia cupana) extract: Comparison and interaction with Panax ginseng. Pharmacol. Biochem. Behav. 2004, 79, 401-411.
2Pomportes L et al: Cognitive performance enhancement induced by caffeine, carbohydrate and guarana mouth rinsing during submaximal exercise. Nutrients 2017, 9, 589.

 

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