Vitamina D, evidenze anche su un favorevole ruolo



Sono sempre più ampie le aree di interesse per la salute della vitamina D. Nota da decenni per il suo ruolo sui processi di formazione delle ossa e di mantenimento di un’adeguata solidità scheletrica, la vitamina D ha sollevato il concreto interesse dei ricercatori anche in altri ambiti sanitari, in particolare nella fisiopatologia immunitaria e cardiovascolare.

Ma i settori di ricerca sul ruolo di questa vitamina non sono esauriti, come dimostrato da uno studio appena concluso sul rapporto fra vitamina D e prevenzione di alcune disfunzioni metaboliche responsabili del sovrappeso e dell’obesità.

Lo studio è stato condotto su animali di laboratorio, in osservanza delle convenzioni internazionali di rispetto degli animali, sottoponendo le bestiole a una dieta ipercalorica ad alto contenuto di grassi. Un altro gruppo di animali riceveva la stessa dieta ma anche dosi adeguate di vitamina D, la quale consentiva una significativa protezione contro l’aumento di peso.

Non solo: anche la misurazione di alcuni parametri nel sangue risultava più favorevole nel caso dell’aggiunta di vitamina D, come i livelli di calcio, la proteina C reattiva, alcune interleuchine infiammatorie.

Tale osservazione confermerebbe l’attività, già dimostrata precedentemente sulla vitamina D, di un’azione favorevole sul sistema immunitario e sui meccanismi infiammatori, che si esplicherebbe anche in una favorevole regolazione del metabolismo dei grassi.

Si ribadisce quindi l’importanza di questa vitamina – spesso difettosa nell’alimentazione quotidiana – in tutte le età e anche in tutte le condizioni di benessere, allo scopo di prevenire condizioni predisponenti allo sviluppo di malattie e disfunzioni anche minori.

Fonte: Gomaa AM et al: Vitamin D reduces high-fat diet induced weight gain and C-reactive protein, increases interleukin-10, and reduces CD86 and caspase-3. Pathophysiology. 2017 Mar;24(1):31-37

Vitamina D oscurata

Il calo delle ore di luce, la chiusura all’interno degli edifici comportano un rischio concreto di deficit di vitamina D. Con conseguenze non soltanto sulle ossa

Circa un anno fa un gruppo di ricercatori italiani si è trovato di fronte a un fenomeno inatteso: quasi nove pazienti su dieci tra quelli che accedono agli ambulatori di reumatologia della Asl Milano 1 presentavano livelli inadeguati di vitamina D. E nella maggior parte dei casi si trattava di un deficit importante di vitamina D (livelli nel sangue al di sotto dei 20 nanogrammi/ml)1.

La vitamina D favorisce l’assorbimento intestinale di calcio ed è quindi cruciale per la salute delle ossa e la prevenzione e cura dell’osteoporosi. Ma ha anche un ruolo di grande rilievo come immunomodulatore; come tale può risultare importante nell’artrite reumatoide, nel lupus, nella spondiloartrite, fibromialgia, vasculiti. Inoltre, evidenze sul ruolo della vitamina D riguardano anche la salute del cuore, in particolare della funzione ventricolare sinistra2 e sulla prevenzione della calcificazione delle arterie3.


Questa diffusa carenza di vitamina D è risultata in una popolazione in buone condizioni di benessere sociale e alimentare. Il problema quindi è attribuibile non soltanto a una carenza nutrizionale, ma soprattutto a una ridotta esposizione alla luce solare. Va ricordato infatti che per i 4/5 la vitamina D dell’organismo è di sintesi endogena dopo esposizione solare. Si aggiunge un altro comune problema: l’introito alimentare è avbitualmente ridotto o del tutto insufficiente, anche perché i cibi ricchi di vitamina D non sono sempre palatabili: olio di pesce, alcuni pesci grassi, fegato, tuorlo d’uovo. Oggi buona parte della popolazione, soprattutto nelle stagioni fredde, trascorre la maggior parte del tempo in ambienti chiusi (uffici, scuole, case). Anche bambini e adolescenti trascorrono sempre minor tempo all’aperto, soprattutto nelle aree cittadine.

L’adeguato apporto di vitamina D costituisce quindi una delle tipiche condizioni in cui l’integrazione con opportuni preparati è spesso indispensabile.



1Scarpellini M et al. Comunicazione congressuale. Magenta Osteoarea 2015

2Kestenbaum B, Katz R, de Boer I et al (2011) Vitamin D, parathyroid hormone, and cardiovascular events among older adults. J Am Coll Cardiol 58:1433–1441
3Watson KE, Abrolat ML, Malone LL et al (1997) Active serum vitamin D levels are inversely correlated with coronary calcification. Circulation 96:1755–1760

La stagione del calcio: latte e derivati

Nell’impossibilità di avere adeguate quantità di sole e di vitamina D, non vanno trascurati gli alimenti ricchi in calcio.

Non è ingiustificato il diffuso richiamo di attenzione che si sente fare da più fonti scientifiche sull’importanza della vitamina D.

Il deficit di questa vitamina infatti rappresenta una causa ben documentata di difettosa mineralizzazione ossea, inducendo un rischio sensibilmente aumentato di osteoporosi e fratture ossee. Non solo: il deficit di vitamina D si associa anche ad altre importanti conseguenze sulla salute, relativamente a malattie cardiovascolari, malattie respiratorie e immunologiche, persino nei tumori.1


Presa questa consapevolezza, occorre aggiungere che la scarsa esposizione al sole e all’aria – comune nelle stagioni più fredde – è la circostanza responsabile in modo determinante di questa carenza vitaminica.

La poca quantità di vitamina D che si assume con la dieta è biologicamente inattiva. Deve subire alcune trasformazioni metaboliche – la cosiddetta idrossilazione – per diventare vitamina D attiva, ossia capace di intervenire favorevolmente sulla protezione ossea e sulle altre funzioni prima citate. Una sede cruciale per i processi di attivazione della vitamina D è il tessuto sottocutaneo, dove il contatto con la luce ultravioletta induce la conversione in vitamina D attiva.

La ridotta esposizione solare nei mesi freddi è una causa cruciale di maggiore deficit di vitamina D, con ripercussioni sulla salute di variabile gravità talvolta anche molto importanti, soprattutto nelle fasce più deboli, come nell’infanzia, nella gravidanza e nella terza età.

Inoltre la produzione di vitamina C è strettamente legata ai livelli nel sangue di calcio, che devono essere normali. Del resto, una carenza di vitamina D comporta una riduzione della calcemia, aggravando i processi di protezione della matrice scheletrica.

Data l’importanza della vitamina D in favore della salute non soltanto scheletrica, nei casi di deficit o di dubbio di adeguati livelli di vitamina D nel sangue è opportuno ricorrere a integratori alimentari specifici.



1Kay-Tee Khaw et al: Serum 25-hydroxyvitamin D, mortality, and incident cardiovascular disease, respiratory disease, cancers, and fractures: a 13-y prospective population study. Am J Clin Nutr November 2014 100:1361-1370
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Adulti over 60



La maggior parte delle persone over 60 anni, oggi ha lo stesso stile di vita, gli stessi impegni e anche la stessa energia delle persone con qualche decennio di meno. Il prolungamento della vita lavorativa, gli impegni familiari e un regime di vita diffusamente più spartano impongono peraltro un’efficienza senza risparmio.

Non c’è dubbio che in questi decenni la salute è spesso florida e l’efficienza fisica e mentale molto buona. Escludiamo infatti i casi di malattia, in cui l’alimentazione segue delle regole del tutto particolari da caso a caso.

 

In generale valgono per gli anziani le stese regole indicate per tutte l’età, soprattutto la preferenza per frutta, verdura, fibre. Esistono poi raccomandazioni specifiche.

 

Innanzitutto le bevande. L’ultrasessantenne, anche sano, ha un progressivo indebolimento del senso della sete. Non basta più quindi dissetarsi quando l’organismo lo reclama; è necessario assicurare un’adeguata quantità di liquidi da bere anche se non si ha sete: un paio di litri d’acqua al giorno, o qualcosa meno se la dieta è di per sé ricca di liquidi.

 

Anche il senso di appetito potrebbe ridursi nella terza età, o quanto meno si restringono le preferenze alimentari. Questo può portare a nutrirsi in modo squilibrato, sottraendo apporti alimentari indispensabili. È opportuno pertanto che l’over 60 si renda conto di avere variato in qualche modo le proprie abitudini alimentari e, con l’aiuto del proprio medico o del proprio farmacista, trovi gli eventuali rimedi indispensabili per la protezione della propria salute.

 

Gli alimenti inoltre devono fornire adeguate quantità di ferro, di cui le maggiori fonti sono le carni rosse, i legumi (soprattutto piselli, fagioli e lenticchie), e di calcio, destinato a prevenire l’osteoporosi (latte, formaggio, yogurt ma anche sardine, broccoli e cavoli). Sempre a protezione delle ossa è opportuna l’assunzione di adeguate quantità di vitamina D, contenuta in quantità apprezzabili nelle uova, nei pesci a carne grassa (come i salmoni e le aringhe) e nel fegato; l’integrazione supplementare di questa vitamina è spesso raccomandabile, anche perché ci si espone al sole sempre meno. La vitamina D infatti viene attivata a livello della cute, proprio dai raggi ultravioletti.

 

Lo stesso vale per la vitamina A, contenuta peraltro in pochi alimenti (fegato e suoi derivati); l’eccesso di vitamina A alimentare potrebbe essere nociva in termini di aumento del rischio fratturativo osseo: l’apporto corretto di questa vitamina è quindi ottenibile più agevolmente con l’assunzione mediante appositi integratori.

 

Ridurre in generale l’assunzione di sale e di alimenti salati è un’altra misura raccomandabile.

Estate: facciamo il pieno di vitamina D?



L’esposizione ai raggi solari aumenta la sintesi di vitamina D, sostanza molto importante della quale siamo spesso carenti. Ma basta l’estate per farne rifornimento?

Da tempo nota per la sua attività a livello osseo, la vitamina D è stata di recente oggetto di diversi studi che ne hanno dimostrato la fondamentale importanza in molti altri distretti dell’organismo.
La particolarità di questa vitamina è che l’esposizione ai raggi solari risulta essenziale per la sua attivazione. Circa l’80% del fabbisogno di vitamina D è assicurato dall’irradiazione solare, mentre il restante 20% viene garantito dall’alimentazione. La carenza di vitamina D è una condizione piuttosto diffusa, che interessa gran parte della popolazione.

Durante l’estate, la possibilità di trascorrere al sole una parte della giornata dovrebbe rappresentare un fattore sufficiente per risolvere la carenza di vitamina D e ridurre drasticamente il numero di persone che ne sono interessate.
Ma siamo proprio sicuri che basti l’estate per riportare i livelli di questa vitamina alle condizioni ottimali?
In effetti, per essere certi che il sole aiuti il nostro organismo ad immagazzinare importanti riserve di questa vitamina, è opportuno mettere in pratica alcuni importanti accorgimenti.
Alle nostre latitudini, nel periodo estivo, i massimi risultati si avranno con un’esposizione nelle ore centrali della giornata, ovvero in un arco temporale che va, a grandi linee, dalle 10 alle 15. Se in questa finestra della giornata si espongono al sole, anche solo per 20 - 30 minuti, braccia, viso e gambe, il rifornimento di vitamina D è assicurato. Per chi ha la fortuna di passare l’estate al mare, si tratta di un gioco da ragazzi. Attenzione però che le creme solari, che giustamente si utilizzano per evitare i danni delle radiazioni alla pelle durante l’esposizione al sole, agiscono da barriera. Sembra che siano sufficienti prodotti con un fattore di protezione solare (SPF) superiore a 8 per bloccare la produzione di vitamina D.

In città, invece, subentrano alcuni elementi di disturbo che, talvolta, impediscono la giusta quota di esposizione.
Anzitutto, l’aria condizionata. L’indubbio sollievo che si prova quando ci si ripara dall’afa in ambienti chiusi e climatizzati presenta come contropartita quella di ridurre drasticamente il tempo trascorso alla luce diretta del sole.
Gli ambienti chiusi sono sfavorevoli alla produzione di vitamina D, anche qualora presentino ampie vetrate. La luce irradiata attraverso i vetri è del tutto inattiva, dato che i raggi vengono filtrati.
A ben vedere, quindi, non è detto che l’estate porti con sé quel pieno di vitamina D che ci aspetteremmo dalla bella stagione. Risulta quindi opportuno, anche in questo periodo dell’anno, seguire regimi alimentari che ne garantiscano un adeguato apporto quotidiano.
Semi oleosi, pesce e uova sono tra gli alimenti più ricchi di vitamina D.
E quando la dieta non è sufficientemente varia e completa, è bene valutare con il proprio medico o con il farmacista la possibilità di integrare questa importante vitamina, utilizzando integratori formulati per garantire l’assunzione quotidiana completa e bilanciata di vitamine e minerali.

Gli omega-3 nella prevenzione cardiovascolare



Negli ultimi anni, l'approccio terapeutico ai livelli elevati di colesterolo ha cambiato leggermente rotta. Oggi, più che in passato, si tende a valorizzare l'importanza di una corretta alimentazione, ricorrendo ai farmaci solo quando strettamente necessario. Del resto, lo si sa da tempo: alti consumi di grassi saturi e monoinsaturi aumentano il colesterolo cattivo, quello definito dalla sigla LDL (lipoproteine a bassa densità). Ma quali sono i cibi che li contengono, e come sostituirli nella dieta quotidiana?
I grassi saturi si trovano in alcuni oli vegetali, come ad es. l'olio di palma, ma soprattutto negli alimenti di origine animale. Molto spesso, i regimi alimentari mirati a ridurre questi grassi tendono a sostituirli con un maggiore ricorso ai carboidrati

Ciò avviene per varie ragioni: rispettare il corretto regime calorico, indurre sazietà, assecondare le esigenze rispetto al gusto e alle abitudini personali. Tuttavia, le più recenti evidenze scientifiche indicano che questo approccio non favorisce una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. La sostituzione migliore è invece quella che prevede di rimpiazzare parte dei grassi saturi con grassi polinsaturi: si otterrà così un abbassamento del colesterolo LDL e un conseguente beneficio in termini di prevenzione delle malattie coronariche. Ma quali sono i più importanti acidi grassi polinsaturi? Anzitutto, quelli che vengono definiti essenziali, in quanto l'organismo non è in grado di sintetizzarli autonomamente. Questi sono gli omega-3 e gli omega-6 che devono, per forza di cose, essere introdotti con la dieta. Il loro ruolo è fondamentale in diverse funzioni vitali. Anzitutto, sono necessari per un corretto sviluppo e funzionamento del sistema nervoso centrale e hanno un ruolo chiave nella salute della retina. Tornando alla prevenzione delle malattie cardiovascolari, è molto importante comprendere che essi agiscono in sinergia nella riduzione del colesterolo. Gli omega-6 giocano un ruolo ambivalente, agiscono cioè abbassando sia il colesterolo LDL (cattivo) sia HDL (buono). Diverso il discorso per gli omega-3 che hanno la funzione di aumentare il colesterolo buono e, al tempo stesso, abbassare quello cattivo. In particolare, gli omega-3 hanno la peculiarità di favorire la riduzione dei trigliceridi ematici e, di conseguenza, di proteggere il nostro apparato cardiocircolatorio. Ciò che più conta è quindi il rapporto tra queste due tipologie di acidi grassi essenziali. A tale proposito, diverse fonti indicano che il rapporto ottimale tra gli omega-3 e gli omega-6 dovrebbe essere di 1:4. Tuttavia, essendo gli omega-6 contenuti in cibi molto utilizzati come i legumi, la frutta secca, l'olio di oliva e gli oli di semi, nelle nostre diete essi vengono assunti in misura più abbondante e la proporzione è molto spesso fortemente sbilanciata verso gli omega-6. Una dieta equilibrata dovrebbe quindi comprendere più alimenti contenenti omega-3, come il pesce azzurro, il salmone o lo sgombro, nelle proporzioni suggerite dalla piramide alimentare. Quando ciò non fosse possibile, risulta molto utile l'integrazione di omega-3 al fine di rispettare le giuste proporzioni con i loro fratelli più grandi e contribuire, insieme, a compensare gli eventuali eccessi di acidi grassi saturi, a nutrire il nostro sistema nervoso, a prevenire le malattie cardiovascolari e ad apportare molti altri benefici al nostro organismo.

Non basta dire omega-3



Sono acidi grassi, che l’organismo non è in grado di sintetizzare e che devono quindi essere assunti attraverso l’alimentazione. Tuttavia, non sono tutti uguali tra loro. Ne possiamo distinguere tre principali, spesso presenti in integratori alimentari che aiutano a garantire le dosi giornaliere necessarie di questi importanti componenti. La loro forma chimica è piuttosto semplice: basta pensare a lunghe catene di atomi di carbonio. Per descriverli, partiamo dall’acido linoleico, caratterizzato da una catena di 18 atomi di carbonio. È il precursore degli altri due principali omega-3 EPA e DHA che, tuttavia, sono più lunghi e hanno rispettivamente 20 e 22 atomi di carbonio. Ma come è possibile che il precursore sia più corto dei composti che da lui si generano? In effetti, nel nostro organismo intervengono degli enzimi che trasformano queste catene, sia dal punto di visto della loro lunghezza, sia della presenza di doppi legami.

Il precursore, ovvero l’acido alfa-linoleico, è presente esclusivamente in alimenti di origine vegetale, in particolare nelle noci e in altri semi oleosi. Nel nostro organismo, viene solo per una minima parte trasformato in EPA e DHA. Pertanto, un’alimentazione ricca di questo omega-3 non garantisce la presenza dei componenti a catena più lunga e non è quindi sufficiente assumere alimenti o integratori ricchi di acido alfa-linoleico, che tuttavia ha importanti funzioni ed è stato associato ad un’importante azione di riduzione del colesterolo. Per seguire un’alimentazione ricca di omega-3 EPA e DHA si deve, per forza di cose, inserire nei propri menù il pesce, almeno due volte alla settimana. Questi acidi grassi essenziali, infatti, provengono quasi esclusivamente dal mare, in particolare dai pesci grassi, ma anche dai crostacei, da molluschi e dalle alghe. L'assunzione giornaliera minima raccomandata di EPA e DHA è compresa tra 200 e 450 mg, a seconda dell'organizzazione che formula la raccomandazione. E’ quindi importante, per coloro che hanno una dieta poco bilanciata e scarsa in pesce e frutti di mare, valutare l’integrazione con integratori alimentari contenenti omega-3 indicati specificamente nei casi in cui l’apporto con la dieta di questi composti fosse inadeguato al fabbisogno. I benefici di questi acidi grassi sono davvero molti e la letteratura scientifica sta confermando e valorizzando quanto già noto da tempo, in particolare per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, ma anche per il buon funzionamento del sistema nervoso e cerebrale. Sebbene i valori delle dosi giornaliere raccomandate possano variare a seconda dell’autorità che li delinea, tutte le linee guida internazionali in tema di sana alimentazione raccomandano di seguire una dieta che garantisca l’apporto di omega-3 attraverso un’alimentazione varia ed equilibrata. In questo, la nostra dieta mediterranea, che prevede il consumo di pesce nelle giuste quantità, è di certo un regime da seguire, in accordo con i principi della piramide alimentare. Per verificare se la vostra dieta è corretta, fate il Test della Piramide di Curare a Salute, un test gratuito, veloce e facile da eseguire per comprendere se le proprie abitudini alimentari sono in linea con la dieta mediterranea: clicca qui.

Dalle vitamine del gruppo B un valido sostegno al cambio di stagione



Il cambio di stagione, lo sappiamo, è un momento nel quale subentrano stanchezza ed altre condizioni che alterano nostro benessere quotidiano. Da cosa dipende tutto ciò? Di certo, l'aumento delle ore di luce è un elemento che altera l'equilibrio che il nostro organismo ha consolidato nel corso dei lunghi mesi invernali. Ma quali che siano le ragioni alla base delle condizioni che colpiscono un gran numero di persone durante il cambio di stagione, è importante sapere che attraverso una corretta alimentazione si possono superare molti dei sintomi e tornare il prima possibile ad una condizione di benessere psico-fisico generale. Spesso, a risentire del cambio di stagione è il nostro sonno. Difficoltà ad addormentarsi, risvegli difficili, agitazione che perdura per tutto il giorno accompagnata da un senso di stanchezza e, talvolta, a poca voglia di fare. Come reagire a tutto ciò?

Anzitutto, aiutando il nostro organismo a riprendere i ritmi corretti. Per farlo, occorre ripristinare un equilibrio, cercando di trovare la maggiore regolarità possibile nelle nostre abitudini e di dormire un numero di ore appropriato. Importante è anche riprendere l'attività fisica all'aperto, per consentire al nostro organismo di ritrovare i benefici offerti dalla bella stagione. Anche l'alimentazione offre importantissime opportunità per superare, nel più breve tempo possibile, i disagi che il cambio di stagione porta con sé. La prima regola, anche in questo caso, è rispettare la massima regolarità. Seguire i precetti della nostra Dieta Mediterranea e fare riferimento alle indicazioni contenute nella Piramide Alimentare è la regola migliore che, in campo alimentare, si possa seguire. In questo periodo dell'anno può tornare molto utile anche il ricorso ad integratori alimentari che garantiscano il giusto apporto vitaminico quotidiano. In particolare, nel periodo primaverile tornano utili le vitamine del gruppo B, che svolgono un ruolo chiave nell'aiutare gli enzimi che regolano nel nostro organismo le reazioni chimiche necessarie per produrre energia parendo dal cibo. In particolare, le vitamine del gruppo B migliorano l'assimilazione dei carboidrati, dei quali la nostra dieta mediterranea è ricca. Ma le vitamine del gruppo B entrano in gioco anche nell'assimilazione delle proteine e rappresentano un supporto di grande utilità per ottimizzare i benefici di una corretta alimentazione. Le vitamine del gruppo B, quando dosate correttamente all'interno di integratori che garantiscano il giusto apporto quotidiano dei più importanti elementi dei quali il nostro organismo ha bisogno, rappresentano quindi un'arma a nostra disposizione per combattere la stanchezza (astenia) che spesso pervade le nostre giornate in questo strano periodo che è il cambio di stagione.

Melanoma e vitamina D



L’estate è il periodo più delicato per la nostra pelle, esposta per lunghe ore, e spesso senza le adeguate protezioni, ai raggi solari. Se da un lato il sole aiuta sia l’organismo, tramite la produzione della vitamina D, sia la pelle a risolvere diversi problemi, un’esposizione eccessiva rappresenta senza dubbio un fattore di stress per il nostro derma. Ma allora, il sole fa bene o no alla nostra pelle? A questa domanda, apparentemente banale, è impossibile dare una risposta univoca, visto che rischi e benefici si intrecciano in maniera così complessa che sono sempre più numerosi gli studi scientifici che indagano su alcuni aspetti cruciali, come per esempio il ruolo benefico della vitamina D (prodotta con l’esposizione al sole) come fattore protettivo rispetto al melanoma. Questo tumore della pelle ha origine dalla trasformazione maligna dei melanociti, ovvero le cellule che determinano il colore della pelle, e il suo principale fattore di rischio ambientale è rappresentato dall'eccessiva e scorretta esposizione alla luce ultravioletta (raggi UVA e UVB).

Per questo motivo, i soggetti maggiormente a rischio melanoma sono coloro che presentano carnagione chiara e predisposizione alle scottature. Ma a rischio sono soprattutto i soggetti con molti nei sulla pelle, specie se irregolari. Per tutte queste persone, l’eccessiva esposizione al sole rappresenta un potenziale pericolo perché può danneggiare il DNA delle cellule della pelle e innescare la trasformazione tumorale. Ma il sole fa anche bene, come dicevamo, in particolare perchè è responsabile di circa l’80% della vitamina D prodotta dal nostro organismo (la restante quota è di origine alimentare). La vitamina D non serve solo a fissare il calcio nelle ossa, una funzione che pure è fondamentale per prevenire il rachitismo nei bambini e l'osteoporosi negli anziani. Nella sua forma attivata, questa vitamina agisce in realtà come un ormone che regola vari organi e sistemi, tanto che la sua carenza è stata associata a diversi tipi di malattie: dal diabete all’asma o all’infarto, solo per citarne alcune. Diversi studi di laboratorio in vitro hanno confermato che la vitamina D frena la crescita delle cellule tumorali, ne favorisce la differenziazione e la morte programmata (apoptosi), e riduce la formazione di nuovi vasi (angiogenesi). In un recente studio si è visto che i pazienti con carenza di vitamina D presentano una probabilità significativamente superiore di sviluppare un melanoma di livello più elevato rispetto ai pazienti con livelli adeguati di vitamina D (>20 ng/ml). Inoltre, gli esiti più infausti sono stati osservati nei pazienti con carenza di vitamina D. La prevenzione primaria resta l’arma più importante che abbiamo nei confronti del melanoma. In particolare, è sempre opportuno esporsi al sole senza protezioni solari per 20 - 30 minuti al giorno, evitando le ore piú calde. Le creme protettive, infatti, ostacolano la produzione di vitamina D. Queste, risultano tuttavia fondamentali come fattore protettivo nelle ore più calde e per esposizioni prolungate. In questi casi, il loro utilizzo va di certo raccomandato. Ma anche l’assunzione di un integratore alimentare di vitamina D, può risultare molto utile per fare stare meglio l’organismo nella sua interezza.

Referenze:
Vitamin D deficiency is associated with a worse prognosis in metastatic melanoma Dmitriy Timerman1, Melissa McEnery-Stonelake2, Cara J. Joyce3, Vinod E. Nambudiri4, F. Stephen Hodi5, Elizabeth B. Claus6, Nageatte Ibrahim5,7 Jennifer Y. Lin4,5

Oncotarget. 2017; 8:6873-6882. https://doi.org/10.18632/oncotarget.14316

Omega-3: memoria e attenzione in bambini e anziani



Gli acidi grassi polinsaturi (fra cui gli omega-3 e il DHA, l’acido docosaenoico) possono influire in misura significativa sulle prestazioni scolastiche degli studenti. Una carenza di queste sostanze può quindi essere alla base del deficit di attenzione scolastica. Tale dato, già evidenziato da alcune pubblicazioni è confermato dai risultati di uno studio di metanalisi da poco pubblicato1: da una sistematica revisione di alcuni studi scientifici con controllo placebo risulta che i ragazzi e gli adolescenti con disturbo della prestazione scolastica hanno bassi livelli di omega-3, e che l’aggiunta alla loro dieta di supplementi contenenti acidi grassi polinsaturi migliora le loro prestazioni cerebrali, soprattutto in termini di memoria, attenzione, rendimento scolastico.

Queste evidenze hanno portato a riconoscere l’importanza degli acidi grassi polinsaturi in diverse forme di deficit di prestazione mentale, anche al di fuori della sindrome da deficit dell’attenzione scolastica (ADHD): l’importanza di omega-3 e di altri acidi grassi polinsaturi è pertanto ritenuta rilevante in generale nelle funzioni cerebrali di abituale impegno quotidiano. Questi nutrienti agiscono come antiossidanti e antinfiammatori inibendo la generazione di radicali liberi. A livello encefalico favoriscono e regolano la trasmissione degli impulsi nervosi. «Il DHA - spiega Francesco Carlo Gamaleri, farmacista, consigliere dell’Ordine dei Farmacisti delle Province di Milano, Lodi e Monza Brianza - è coinvolto in diverse attività metaboliche anche a livello del sistema nervoso centrale, condizionandone la plasticità e le funzionalità delle diverse fasce di età. È di rilievo scientifico il suo ruolo fondamentale in diverse funzioni nervose, favorendo e mantenendo prestazioni neuropsicologiche migliori». Va ricordato che un adeguato patrimonio di omega-3 comincia già prima della nascita, con l’assunzione materna in gravidanza. In caso di deficit, è più facile che il bambino, anche a distanza di anni, manifesti problemi di memoria, attenzione, concentrazione, velocità di apprendimento. È importante in questi casi correggere l’alimentazione del bambino, ricorrendo anche a integratori alimentari contenenti opportune quantità di omega-3 e altri nutrienti (vitamine, minerali, ma anche vitamine del gruppo B, ginseng e ginko biloba, ritenuti utili nel potenziare le attività cerebrali). Il beneficio di omega-3 e DHA vale per tutte le età della vita. È stato dimostrato che tali nutrienti sono in grado anche di prevenire o ritardare il decadimento mentale tipico delle età avanzate. Un gruppo di ricercatori californiani ha pubblicato su Jama Neurology i risultati su un gruppo di soggetti geneticamente predisposti alla progressione verso forme gravi di decadimento mentale2. Lo studio evidenzia che il consumo di una porzione di pesce una volta alla settimana si associa a un rischio significativamente inferiore di demenza senile. L’aggiunta di integratori può ovviamente condizionare in modo favorevole la prevenzione di questo rischio, in particolare in persone che non hanno l’abitudine o la costanza di consumare con regolarità il pesce.

1Pei-Chen Chang J et al: Omega-3 Polyunsaturated Fatty Acids in Youths with Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD): A Systematic Review and Meta-analysis of Clinical Trials and Biological Studies. Neuropsychopharmacology. 2018 February; 43(3): 534–545.
2Yassine HN et al: Association of Docosahexaenoic Acid Supplementation With Alzheimer Disease Stage in Apolipoprotein E ε4 Carriers. JAMA Neurology 2017;74(3):339-347.

 

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